Un secolo più veloce del tempo

Si è spesso parlato del Novecento come secolo breve, a partire dalla definizione-titolo di un famoso saggio dello storico Eric J. Hobsbawm. Il Novecento però è stato per molti versi anche il secolo in cui la storia ha accelerato clamorosamente, il secolo veloce quindi e, conseguentemente, il secolo denso.
A partire dalla prima Guerra mondiale la tecnologia ha fatto irruzione in modo sempre più massiccio nella vita quotidiana dell’umanità. In pochissimo tempo la questione non è stata più quella di decidere, marinettianamente, se fosse più bella l’automobile o la Nike di Samotracia. Semmai di prendere atto che la Nike era prescindibile e l’automobile no, che la Nike era lì da millenni e l’automobile cambiava continuamente forma, progrediva, come tutte le altre macchine, a ritmi impensabili solo qualche decennio prima. Così, per la prima volta, nella storia dei sapiens sapiens le generazioni hanno visto esplodere e amplificarsi il divario che separa il mondo dei padri dal mondo dei figli. Per assurdo: un contadino del XII secolo trasportato con la macchina del tempo nel Rinascimento potrebbe riconoscere quasi tutte le tecniche agricole praticate. Per stupirsi avrebbe (nei casi di progresso più mirabolanti) al più la foggia dei vestiti, qualche piccola variazione nei basti e negli aratri, la falce usata al posto del falcetto, un maggior numero di mulini. Un lavoratore agricolo nato in italia ai primi del ’900 e dotato di una vita sufficientemente lunga ha assistito: alla meccanizzazione dell’agricoltura, allo svuotamento delle campagne, all’avvento dei mezzi di comunicazione, al ritorno nelle campagne in forma di agriturismo, agli ogm, all’agricoltura biologica... E nel frattempo la ferrovia ha lasciato il posto alla ruota gommata, a sua volta sostituita dall’elica, in breve surclassata dal turbo reattore.
Così, per la prima volta nella storia, gli esseri umani hanno provato l’esperienza di diventare, con gran facilità, obsoleti alla loro stessa epoca. Incapaci di riconoscere sia il proprio presente, sia il proprio passato che scivola verso l’orizzonte con rapidità esponenziale.
E proprio in un contesto del genere diventa fondamentale una bussola, il fatto di possedere delle chiavi interpretative. Ecco l’importanza di una collana storica sul Novecento: è un mazzo di chiavi che può aprire molte porte e far venire voglia di aprirne altre. È un modo di mantenere collegamenti con «mondi» che rischiano di diventarci rapidamente alieni. Chi è nato negli anni Ottanta guarda come oggetti antidiluviani quei telefoni grigi con una ruota bucherellata al posto dei tasti. Gli anni Cinquanta risultano loro comprensibili e vicini poco più che la Guerra dei Trent’anni. Perché se il tempo è in fuga l’unico modo che resta per fermarlo è l’occhio dello storico. Sarà un metodo empirico e fallibile, ma è l’unico che abbiamo.