Il secolo troppo breve in cui l’umanità ha perduto l’umanesimo

Alain Badiou identifica nella volontà aggressiva di ricreare il mondo gli errori del ’900

Forse, un giorno dovremo considerare questo libro di Alain Badiou, Il secolo (Feltrinelli, pagg. 202, euro 18), terminato a ridosso dell’11 settembre 2001, come l’estrema, riassuntiva immagine che il Novecento ha dato di se stesso. Colpisce che l’autore, nell’intenzione di rendere coerente lo statuto delle rappresentazioni precedenti, non fa riferimento all’ideologia come forza primaria. Perché l’istanza distintiva, quella che attraversa tutti gli scenari consiste nella cosiddetta «passione per il reale». Ossia nella convinzione che all’uomo novecentesco, decadute utopie e metafisiche, spetta il compito di attrezzarsi per una vita adeguata all’intensità organica che lo anima o, detto in altri termini, di realizzare senza residui la quota di senso di cui è in possesso. Prefigurato nell’Uebermensch di Nietzsche, quell’uomo dovrà, allora, organizzare, pianificare ex novo se stesso e il mondo, operare e lottare per (utilizziamo una categoria che Badiou non usa), raggiungere una «perfezione» nella quale lo iato tra le potenzialità e la realtà sia abolito, e in via definitiva.
Al di là delle colorazioni e incarnazioni che tale perfezione assume (classe, nazione, razza, religione...), il Novecento appare il tempo d’un uomo ancora parziale, incompleto ma, insieme, già sempre sul punto di realizzarsi integralmente. Per questo abbatte ostacoli dietro ostacoli appellandosi alla violenza come unica risorsa in grado di smantellare la distanza tra una storicità che lo tiene ancora bloccato e un volontarismo che lo proietta già in avanti. Ed esalta tutte le forme di soggettività espansiva, frenetica, aggressiva che puntano a instaurare l’autenticità dell’essere contro finzioni, false coscienze, estetismi.
Il Novecento è, allora, il tempo in cui si caricano, scaricano e diramano tensioni volte a creare o afferrare una realtà depurata dall’inautentico: questo, di fatto, il filo conduttore che spiega tanto gli estremismi ideologici quanto la formalizzazione delle scienze astratte, instaurate per cogliere e controllare un reale univoco. La passione per il reale si ramifica (o surdetermina: Badiou è antico allievo di Althusser) in due versanti. C’è il versante adialettico: se l’obiettivo sta nel proclamare un «reale» definitivo, tutto quanto si oppone appare provvisorio e va tagliato senza mediazioni.
E qui, per inciso, Badiou sembra ripristinare nel Novecento il tema eracliteo (riattato, e non a caso, da Heidegger) della contesa come radice o cifra dell’esistente. Poi, c'è il versante demistificatorio: ciò che svia dall’autenticità è simulazione, ingannevolezza, tradimento. L’avversario finge, l’avversario è un nemico che falsifica. Il Novecento celebra processi esemplari non per giustizia ma per la frenesia di far venire alla luce l’unica verità contro le molte opinioni. Tutto è illuminato (e oscurato) da una «politica culturale» che vorrebbe, in fondo, isolare e dominare una sola realtà ma, nel compiere quel gesto, si accorge che quella stessa realtà sta sotto abissi di menzogne. La passione per il reale, allora, procede per azzeramenti, epurazioni e scissioni: inquietante tratto comune, logica terroristica che passa nella politica come nei movimenti artistici, seguendo un meccanismo in cui «la distruzione della finzione si viene a identificare nella distruzione pura e semplice». E si va verso il nulla.
Da questo punto di vista, i momenti di riflessione più alta nascono all’insegna del paradosso: sono i pensieri in cui viene affermato esplicitamente che il reale deve manifestarsi attraverso forme, e le forme sono, sempre e comunque, maschere, coperture, scenari: qui sta la presa d’atto della necesssità di quella stessa menzogna contro cui si combatte. Qui la constatazione che quel secolo non ha mai, di fatto, cessato di urtare, lottare contro lo scarto tra realtà e rappresentazione. E la volontà di abolire quello scarto sembra, dunque, essere il motore nascosto e ancora attivo degli orrori. La radice della furia devastatoria di una humanitas che s’è lasciata alle spalle ogni umanesimo. E non può tornare indietro. E rischia di ridursi semplice a specie animale tra le altre, eventualmente protetta, perfino potenziata dalle scienze. E nient’altro.