Il compleanno della compagna finito in tragedia

Francesco Caldara, pensionato di Novara, è morto colpito sul pulmann

L'unica certezza è il «palcoscenico» che ha fatto da sfondo alla tragedia: il museo Bardo di Tunisi. Sulla contabilità delle «comparse» italiane - loro malgrado, assurte a coprotagonisti del dramma - c'è incertezza. Sarebbero quattro i connazionali morti nell'attentato, almeno 13 i feriti.

Facevano tutti parte di una comitiva di 34 dipendenti del Comune di Torino in vacanza aziendale con altri 46 piemontesi. Uno delle vittime è Francesco Caldara, pensionato novarese di 64 anni, che però non faceva parte del gruppo del dopo lavoro di Torino. Era in viaggio con la compagna, Sonia Reddi, 55 anni, impiegata, anche lei di Novara, ferita nell'attentato, per festeggiare il compleanno della donna. Loro sono stati colpiti sul pullman nell'area dell'attacco. È stata la compagna, per prima, a chiamare la sorella Wanda a Novara avvertendola di quanto era successo, poco dopo mezzogiorno: lei ferita a un braccio, lui più seriamente, sono stati trasportati in ospedale. In serata la conferma della morte dell'uomo. Lei invece è stata operata e non è in pericolo di vita.

Tra i feriti anche i genitori del rabbino capo della comunità ebraica di Torino, Ariel Di Porto; la madre e il padre del rabbino, Alberto e Anna Di Porto, romani, di 71 e 60 anni hanno raccontato ai parenti al telefono «di avere sentito gli spari» ma di non avere individuato nella confusione gli assalitori. È stata la telefonata provvidenziale della madre a mettere al sicuro Nicola Previti, 34 anni di Treviso, a bordo di Costa Fascinosa. Nicola era sbarcato dalla nave e con un taxi era arrivato in centro a Tunisi. «Appena sceso ha per fortuna ricevuto la telefonata della mamma che era davanti alla tv - racconta la moglie - che gli ha detto “scappa, scappa, scappa immediatamente da lì e torna in nave, c'è un attentatò”». Il sindaco di Torino, Piero Fassino, in collegamento a Porta a porta ha poi detto in serata che «ci sarebbe un torinese tra i quattro italiani morti».

«Ci hanno spiegato che due o tre terroristi hanno aperto il fuoco contro un autobus ferendo l'autista tunisino - racconta Alessandro Stefanoni, tecnico di Rainews -. Poi sono entrati nel museo, hanno chiuso le porte e aperto il fuoco. Un accompagnatore molto coraggioso è riuscito a far fuggire una parte degli ostaggi dalla porta posteriore».

«Noi eravamo nella città vecchia, non ci siamo accorti di nulla - ricorda ancora - Dopo l'attacco ci hanno fatto rientrare subito verso la nave con gli autobus. C'è un'atmosfera strana, di confusione. La situazione è molto confusa». Si prevede una lunga notte. Da incubo.

Momenti di terrore per due dei 4 dipendenti del Comune di Torino, prima presi in ostaggio e poi liberati. Appena fuori dal museo contattano i colleghi rimasti a Torino. La linea che va e viene: «Stiamo bene ma non sappiamo nulla degli altri nostri amici». «Ho saputo dell'attacco dalla televisione, all'ora di pranzo. Ho subito provata a chiamarla sul cellulare, ma non riesco a mettermi in contatto», dice Simone, 20 anni, figlio di Antonella Sesino, una delle dipendenti rimaste in ostaggio. Sereno Celestino, segretario del circolo ricreativo del Comune era a Tunisi, ma non con il gruppo al Museo Bardo. «Noi non abbiamo fatto la gita organizzata. Ci siamo organizzati con un taxi in maniera autonoma. Abbiamo ricevuto notizie poi dall'Italia di tornare subito alla nave».

Commenti

maricap

Gio, 19/03/2015 - 10:07

Per la prevenzione di tali fatti, va lasciata mano libera .ai servizi segreti. Ma quali processi, che portano sempre alla liberazione dei terroristi, che poi operano le stragi. Questi erano stati indagati in Italia, poi spediti in Tunisia dove, dopo poco tempo passato nelle patrie galere, sono stati rimessi in circolazione. Con il buonismo, si fanno solo danni, a questi va applicata la legge del taglione preventiva.