Un seggio val bene una piroetta

Pietro Mancini

Esiste, in politica, e può essere superato, oppure no, un confine ideale tra coerenza e fedeltà ai principii, da una parte, e opportunismo e trasformismo, dall’altra? L’interrogativo, non retorico, è reso attuale dalle più recenti piroette compiute, con un’abilità e una destrezza tali da suscitare l’invidia di Fiona May, da ex esponenti del centrodestra, catapultatisi verso i lidi ritenuti più accoglienti dell’Unione. Nel Lazio, una mattina di qualche settimana fa, un ex assessore regionale di Forza Italia si è svegliato, con un’incontenibile ammirazione per Clemente Mastella, vecchio e simpatico «voltagabbana», ma non proprio un novello De Gasperi. E, dopo un rapido pranzetto, preparato dalla signora Sandra Mastella, che Bassolino ha piazzato sulla comoda poltrona della presidenza del Consiglio regionale della Campania, è arrivato l’annuncio del notabile laziale e di un nutrito gruppo di suoi seguaci: passiamo all’Udeur, senza nulla pretendere in cambio, ma solo per genuina e disinteressata attrazione verso il verbo e le opere dello statista di Ceppaloni. Qualche giorno dopo, altra clamorosa transumanza, pur se ancora non formalmente realizzatasi, in direzione dei verdi pascoli prodiani. Protagonista, stavolta, il forzista calabrese Pietro Fuda, il quale sarebbe orientato a ribaltare il responso degli elettori, che lo avevano designato alla presidenza della amministrazione provinciale di Reggio Calabria. In tal caso, l’ente verrebbe commissariato, in attesa di nuove elezioni, mentre Fuda è stato già soddisfatto e rimborsato da Marco Minniti, big diessino di Calabria, con la presidenza della società che gestisce l’aeroporto di Reggio e la promessa di un collegio sicuro alla Camera nel 2006.
Queste e altre simili operazioni hanno, finora, fatto storcere il naso solo a qualche «peone», puro e duro, della nutrita ma non coesa carovana del Professore. Silenzio assoluto dei capi dell’Unione per i quali, evidentemente, Parigi - in questo caso, la conquista del potere, a livello nazionale, e il mantenimento delle postazioni di sottogoverno nelle regioni - val bene una messa. E silenzio anche dei sussiegosi maîtres-à-penser, vicini al centrosinistra, inflessibili solo quando si tratta di pontificare contro l’immobiliarista Ricucci e lanciare alti lai contro i suoi presunti amici politici.
Intendiamoci, in passato, anche il centrodestra non è stato insensibile alle improvvise e appassionate dichiarazioni d’amore di politici e di «boiardi» di aziende pubbliche, in odore di epurazione. Costoro, dopo aver frequentato le affollate anticamere delle segreterie della Dc e del Psi, ai tempi della Prima Repubblica e dopo fugaci flirt con gli entourage progressisti di Palazzo Chigi, all’epoca degli esecutivi ulivisti, con l’ascesa del Cavaliere, non hanno esitato a dichiarare il voto proprio e persino dei loro familiari suscitando imbarazzo e ilarità, per il partito del premier.
Adesso alcuni di costoro sono stati avvistati, terribilmente sudati, mentre arrancavano in bicicletta, sulle salite intorno a Scandiano dove, ogni giorno, pedala il prode Romano. Ma, pur perfettamente consapevoli che il nostro è il Paese dove il passaggio sul carro di coloro che vengono ritenuti i più probabili vincitori delle elezioni è considerato quasi uno sport nazionale, un freno bipartisan ai «salti della quaglia», almeno a quelli più clamorosamente in contrasto con il mandato ricevuto dagli elettori, sarebbe certamente apprezzato e sostenuto dall’opinione pubblica. Che non è formata, anche se i politici spesso lo dimenticano, soltanto dai portaborse e dalle fameliche clientele dei partiti. E, soprattutto nei settori più delicati, come la sanità pubblica, i presidenti e gli assessori regionali non dovrebbero favorire e premiare i manager, i medici e i tecnici, allenati a cambiar casacca, allo scopo di non compromettere la carriera. Se un direttore generale di un’azienda sanitaria locale è bravo ed efficiente, non va cacciato, come avvenne cinque anni fa in uno dei più importanti ospedali di Roma, solo perché di idee politiche diverse rispetto a quelle della giunta allora vincente. Adesso, quel manager è stato riportato sulla sua vecchia poltrona dal nuovo governatore del Lazio. Ma siamo proprio sicuri che la qualità della ricerca scientifica e l’efficienza dei servizi, da garantire sempre agli ammalati, vengano migliorate da questi metodi, che assomigliano, più che a motivati e inevitabili «spoil system», a frettolosi e caserecci ribaltoni?