Il segreto delle «smart city»? Condivisione tra più servizi

Occorrono proposte integrate e costruite sulle esigenze delle singole amministrazioni. La strategia di Edison

Riccardo Cervelli

In principio, nei primi anni '80 del XIX secolo, fu la luce. Qualche decennio più tardi, negli anni '30 del 900, arrivò il gas. In anni più recenti alla produzione e distribuzione di energia (elettricità e gas) a imprese, famiglie e città si è aggiunto il business dei servizi di efficienza energetica che ora interessa anche l'offerta di esperienze, competenze e strumenti per realizzare le cosiddette smart city o «città intelligenti».

Stiamo parlando di Edison, un'eccellenza italiana nel settore delle energie pulite (energia elettrica e metano), la prima società elettrica dell'Europa continentale con oltre 130 anni di primati, che dal 2012 è entrata nel gruppo multinazionale francese Edf Electricité de France, azienda leader in Europa nell'energia rinnovabile. Un'operazione che non ha portato a uno snaturamento della meneghina Edison, al contrario ne ha permesso un rafforzamento anche nelle aree di business che negli ultimi decenni si sono affiancati a quello primario della produzione e fornitura di energia: i servizi energetici e quelli ambientali necessari a sviluppare le smart city.

Oggi è possibile mettere queste competenze al servizio del pubblico come del privato con conseguenti benefici per i cittadini che vivono nelle città, l'economia e l'ambiente. Ci aiuta a capire meglio come e perché Paolo Quaini, da settembre 2016 a capo della Divisione Servizi Energetici del Gruppo Edison.

Dall'energia ai servizi energetici, alle città intelligenti. Perché questa evoluzione nel modello di business di un produttore di energia? «In effetti - risponde Quaini - in passato già molte persone si sono chieste perché i fornitori energetici, con i quali Edison era ed è ancora principalmente identificata, hanno iniziato a offrire servizi di efficientamento energetico, un'attività apparentemente in contraddizione con l'obiettivo di vendere energia. In realtà, questa scelta appare più comprensibile se si osserva come ormai sempre più aziende non hanno più come missione solo quella di fare profitto, ma anche esprimere una responsabilità sociale più ampia che si esplica nell'ambito in cui l'azienda opera».

In effetti, se si torna agli albori della società di Foro Buonaparte, si scopre che all'inizio si chiamava Comitato Promotore per l'Applicazione dell'Energia Elettrica in Italia, un'istituzione fondata da Giuseppe Colombo con il sostegno di alcune banche il cui obiettivo era migliorare la vita dei cittadini e delle imprese attraverso innovazioni tecnologiche, come le grandi dinamo che Thomas Edison aveva progettato e costruito negli Stati Uniti.

Si può dire che il rapporto tra Edison e smart city sia da sempre nel Dna della società energetica italiana. «E grazie al gruppo di cui siamo parte - spiega Quaini oggi possiamo unire molteplici competenze ed esperienze maturate in campo internazionale, proponendo le tecnologie più all'avanguardia e arricchendo il nostro portafoglio di servizi». Nasce su queste basi l'offerta della divisione guidata da Quaini, tra i cui core business spicca l'aiuto alle amministrazioni locali nella realizzazione di progetti di smart city. «Abbiamo concentrato tutte le esperienze e le competenze nei servizi energetici e ambientali del gruppo per fare una proposta integrata e costruita sulle esigenze delle singole amministrazioni pubbliche». Perché una società energetica potrebbe essere favorita nell'elaborare un'offerta destinata allo sviluppo di «città intelligenti»? Una risposta sta nell'abitudine a ragionare per integrazioni di fasi diverse della catena del valore (produzione, distribuzione, vendita), che prevede a monte e a valle, la capacità di analizzare le esigenze di un territorio e di pianificare i modi migliori e più sostenibili per soddisfarle. «Mutuando l'esperienza dei nostri colleghi francesi - spiega Quaini - abbiamo adottato un approccio e ci siamo dotati di strumenti per aiutare i territori a valutare, per esempio, quali sono le risorse disponibili, come possono essere impiegate per rispondere alle esigenze della collettività e a tradurre in pratica gli interventi necessari». Questo modo di pensare e agire può essere trasferito su tutti i servizi necessari in una città: dall'energia al riscaldamento fino alla viabilità.

Il bello delle smart city è che oggi è possibile affrontare le diverse problematiche di una città con una visione di insieme e ricercando soluzioni che possono essere condivise tra servizi diversi. «Finora - continua Quaini - le società come la nostra sono andate a traino delle singole esigenze che le città esprimevano e si sono mosse coerentemente con il codice dei contratti pubblici, una normativa che, se ha il lodevole compito di favorire un migliore utilizzo del denaro pubblico, porta anche a una visione parcellizzata degli interventi che si possono effettuare. Oggi, invece, assistiamo a un crescente interessamento delle amministrazioni locali per un approccio più sistematico alle problematiche dei cittadini e del territorio. Il percorso verso le smart city è favorito dall'incontro di due trend: uno dall'alto verso il basso (top-down), che vede l'amministratore sempre più sensibile alla necessità di avere una visione d'insieme dei problemi e delle soluzioni, e di far leva su strumenti non nuovi ma ancora poco sfruttati come il project financing; il secondo trend è dal basso verso l'alto (bottom-up) ed è legato all'evoluzione della tecnologia e del digitale. Ormai non c'è più nessun oggetto utilizzabile nei servizi pubblici (sensori di calore degli edifici, contatori, semafori, telecamere) che non sia in grado di comunicare con gli altri e con una eventuale camera di controllo municipale, che permette all'amministratore di non essere più solo un acquirente di servizi, ma realmente un gestore di servizi, benché erogati da terzi». Da sottolineare, infine, che l'integrazione di servizi attraverso la tecnologia permette anche di far nascere nuovi servizi e, di conseguenza, anche nuova occupazione.