Il seme della violenza nel Dna della Francia

Tutti gli orrori del ’900, dal genocidio armeno ai Gulag staliniani alle stragi degli Khmer rossi cambogiani, sono figli della Rivoluzione che uccise in nome della fratellanza universale

Parigi brucia? Molti devono essersi posti questo interrogativo, dinnanzi al dilagare dell’ammutinamento sociale ed etnico delle periferie della capitale francese, nei mesi scorsi, e ora davanti allo spettacolo delle violenze di strada, che hanno accompagnato le recenti manifestazioni studentesche contro la normativa sul primo impiego. Con questi episodi, la Francia ha perso il suo status di «paese normale», per rivivere uno dei più radicati miti fondatori della sua identità nazionale: la violenza. E, a dimostrare che un libro di storia è sempre anche «biografia del presente», di quel mito sanguinoso, ci parla un volume di Jean-Clément Martin: Violence et Révolution. Essai sur la naissance d’un mythe national (Seuil).
Si tratta di un saggio storico che si concentra sulla grande Rivoluzione, dal 1789 al 1799. Ma, in realtà, il volume di Martin prende le mosse da più lontano: dal quel Settecento apparentemente illuminato dal messaggio di ragionevolezza dei grandi philosophes ma in realtà sprofondato in un clima di conflittualità endemica. L’opinione pubblica francese accoglie con entusiasmo il messaggio del nostro Beccaria, che richiedeva una riforma legislativa che abolisse la pena di morte e il ricorso alla tortura, ma il suo governo mantiene in vigore l’ordinanza del 1670 che prevede atroci pene corporali anche per i delitti più lievi. Il furto è punito con il tormento della ruota, della frusta, addirittura con la pena capitale. E, solo nei casi meno gravi, con il marchio del ferro rovente impresso nelle carni di uomini, donne, fanciulli indistintamente.
Nel 1766, un giovane nobile, accusato di blasfemia, sconta il suo peccato con la morte. Prima dell’esecuzione, la lingua gli viene strappata. Il suo cadavere verrà poi bruciato sul rogo. Quell’eccidio sarà denunciato da Voltaire in un libello famoso. Ma un altro illuminista, Diderot, si pronuncerà a favore del mantenimento della pubblica esecuzione dei colpevoli, indispensabile a fornire un ammaestramento morale alla società. Per la punizione del regicida, poi, lo splendore dei supplizi raggiunge il suo massimo fulgore, prevedendo lo squartamento del corpo del reo.
Dalla violenza di Stato a quella privata il panorama non cambia. La monarchia francese ha, per prima, in Europa, riservato a sé il monopolio della violenza, proibendo duelli e vendette private. Ma in pieno Settecento la pratica della resa dei conti personale è ancora un’abitudine di massa. Lunghe e sanguinose faide di campanile si trascinano tra villaggi distanti pochi chilometri nei quali i giovani, raggiunta la maggiore d’età, devono impegnarsi in un rito di passaggio che consiste nella partecipazione ad un rissa, molto spesso mortale, con i coetanei. Se questa è la violenza del popolo, poco diversa è quella delle classi elevate, che si affrontano, per futili motivi, non in duelli in punta di fioretto, ma in tenzoni cruente, che quasi sempre comportano la mutilazione o la morte dell’avversario. Incrociare la propria lama con quella dell’antagonista è lo sport più praticato dall’élite francese dopo la caccia e la conquista erotica. Ma è uno sport che non contempla nessuna regola che ne possa attenuare la brutalità, come ci ha mostrato, nei dettagli, il volume di Hevré Drévillon, Pascal Brioist e Pierre Serna, Croiser le fer. Violence et culture de l’épée dans la France moderne (Champ Vallon, 2002).
Nel 1789, lo scoppio rivoluzionario esaspera questo potenziale di violenza, che attraversa tutti i settori della società. La presa della Bastiglia, che conosciamo nella versione oleografica del buon popolo di Parigi che assalta e distrugge il simbolo della tirannia, si conclude in realtà con la strage dei veterani ultrasessantenni che presidiano la fortezza e con l’uccisione del loro comandante, al quale la testa viene spiccata dal busto con un coltello da cucina maneggiato con poca destrezza da un cuoco di taverna, poi destinato a entrare nel Pantheon degli eroi rivoluzionari. Al delitto politico non segue nessuna sanzione da parte di un’autorità ormai in avanzato stato di disfacimento. Luigi XVI si appunta la coccarda tricolore, dopo la strage della Bastiglia. La Guardia nazionale rifiuta di punire il linciaggio di mercanti e imprenditori, avvenuto nelle strade di Parigi. I distaccamenti di truppe sovente rimangono chiusi nei loro quartieri, invece di contrastare l’assalto della plebe contadina alle proprietà aristocratiche e borghesi nelle campagne.
Compaiono, invece, i «cattivi maestri» della violenza, che definiscono quegli eccessi necessari e inevitabili per realizzare un futuro migliore e più giusto, parafrasando un’affermazione di Thomas Jefferson che, in occasione di un’altra rivoluzione, pure meno sanguinaria, come quella americana, aveva detto che «l’albero della libertà doveva essere innaffiato con il sangue dei suoi nemici».
Con tutto questo, siamo ancora tuttavia alle fasi embrionali di un piccolo Terrore, spontaneo, caotico, anarchico. Peggio, molto peggio accadrà nel grande Terrore, scatenato contro i nemici della Rivoluzione da Robespierre e dalla sua cricca, tra 1793 e 1794. In questo caso, la violenza di regime ha qualcosa di freddo, asettico, impersonale, tecnologico, come la lama della ghigliottina. Le atrocità maggiori avvengono nella province dell’Ovest (Normandia e Bretagna), sconvolte dalla guerra civile tra fautori e nemici del nuovo ordine politico. Il generale repubblicano Carrier, che passerà alla storia come «il boia di Nantes», inventa la strage politica di massa. Al piombo dei fucili si sostituiscono altri strumenti di eliminazione fisica degli avversari, più rapidi e meno costosi. I «nemici del popolo» vengono legati a due a due e poi rovesciati nella Loira. Altri sono raccolti in barconi dal fondo mobile in grado di spalancarsi, grazie a un congegno meccanico, scaraventando il carico in acqua. Dove non arriva la morte per annegamento, arriverà poi quella per inedia e maltrattamenti, dato che si progetta l’internamento del maggior numero possibile di avversari in improvvisati campi di concentramento. Si prevede, infine, come soluzione finale, la deportazione degli abitanti delle regioni mostratesi ostili al vangelo della libertà e dell’eguaglianza.
Tutti gli orrori del Novecento, dal genocidio armeno alla controguerriglia delle forze britanniche in Irlanda, alla guerra ai civili in Polonia e Russia, perpetrata dagli Einsatzgruppen nazisti, ai Gulag staliniani, alle stragi della Cambogia, piegata sotto il tallone dei Khmer rossi, appaiono così anticipati da una rivoluzione che prometteva sì la fratellanza universale ma che era anche disposta a eliminare fisicamente chi non avesse voluto accettare quel dono.
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