Ma senza la cultura «pop» non si capisce quella «alta»

I «testi esemplari» tolti dal contesto rischiano di non dirci nulla

Stabilito che il problema non è l’eccesso di gossip, ma semmai l’eccesso di gossip che ha per oggetto le mezze calzette; e ammesso che l’unico modo di smascherare le truffe letterarie è suonare le nostre campane, cioè scriverne, visto che a parte la mala banda dei critici letterari non esiste altro nucleo anti-sofisticazioni che si occupi di romanzi, chiediamoci: a che genere di cultura appartengono le maschere africane che Breton intravide in casa di Apollinaire? Alla cultura popolare? Certamente, si dirà: erano infatti la creazione di artigiani analfabeti. E se poi le stesse maschere riappaiono nelle tele di Picasso? Già la risposta è meno immediata: né dire che si tratta di un prestito o di un furto risolve granché la questione. E Leonardo da Vinci celiava, quando si vantava di essere «omo sanza lettere»?
Quesiti che riemergono ogni volta che si tenta di tracciare una linea netta tra i due significati della parola «cultura». Perché le culture sono due: quella ciceroniana, libresca; e la cultura in senso antropologico che comprende anche il modo di vestirsi, di cucinare il cibo, di intessere rapporti di parentela, di costruire strumenti e così via. Nonché tutte le forme di espressione che a volte gli studiosi di estetica non considerano arte: la musica popolare, l’artigianato. O il fumetto, il cinema e il romanzo senza ambizioni. Nonché, per finire, l’universo di segni vocianti, il chiacchiericcio, la mondanità e le mode che circondano ogni capolavoro, Divina Commedia compresa. Tra le due culture le forme trasversali, ironiche, oblique di ripescaggio, trasfigurazione e persino linciaggio sono così numerose e intrecciate che per le pagine culturali dei giornali dare loro l’ostracismo sarebbe non solo impossibile, ma controproducente. Equivarrebbe a sposare una sorta di provincialismo che taglia fuori non da ciò che c’è «altrove», ma da ciò che abbiamo sotto i piedi.
Perché la cultura è fatta di Testi Esemplari, ma anche del mondo nel quale risiede la loro forza. Come imparano a loro spese gli studiosi di lingue morte cui capita di trovarsi di fronte ad antiche opere perfettamente traducibili, ma oscure perché mancano dati sulle civiltà in cui esse sono nate. Provate a leggere Persio senza aver mai passeggiato tra le rovine delle terme; provate a leggere Fitzgerald senza aver mai udito il suono di un sax; provate a misurare l’incisività di un film di Pasolini ignorando ciò che succedeva nelle sale cinematografiche quando essi erano proiettati per la prima volta. Provate a giudicare della probità della protesta di Ermanno Paccagnini facendovi spedire una copia di Vita e Pensiero nell’eremo abruzzese nel quale vivete da vent’anni senza radio né televisore. Cosa mai avrà voluto dire?