Senza maestri, vince il cattivo gusto

La crisi del cinema è causata dal fatto che le grandi opere sono dimenticate

Quarant'anni fa ogni studente di cinematografia conosceva Fellini, Kurosawa, Bergman, ma oggi, rispetto al passato, c'è una cesura. Ho sperato che Tv e videocassette fossero una sorta d'enclave per riflettere e studiare. Per crearla, ci vorrebbero però modelli da eguagliare. Ma nei negozi di home video ci sono quasi solo titoli recenti. Certo, ci sono vecchi film di James Bond o Indiana Jones, ma pochi classici: trovare grandi film in dvd è ancora arduo. Perché? Poca domanda. Poca, perché i grandi film sono dimenticati.
Oggi un regista provoca sempre meno associazioni mentali nello spettatore. Evoca solo il modello imitato, semplicemente perché è recente. Triste anche ammettere che le idee dei giovani registi negano soprattutto la tradizione. Non c'è più ricerca di verità, ma solo di ciò che inchioda lo spettatore alla poltrona. Morale: dall'arte europea scompaiono le associazioni d'idee.
Quando i valori umani erano stabili, la gloria dei creatori era quasi sempre meritata, non freddamente fabbricata, ma formata lungo le generazioni. Chi era superiore agli altri aveva un rango di verità a tutti noto. Venerazione? Ma la venerazione ispirava agli ambiziosi di mirare ai vertici. Per lo studente, Tolstoi, Cechov e Solgenitsin erano esempi da imitare. Idem nel cinema.
Per François Mauriac il XX secolo doveva essere quello del calcio. Sbagliava secolo: ora siamo in quello del calcio e non del cinema. Perché col calcio si guadagna di più e un giocatore vale fino a quaranta milioni di euro. Quale divo vale tanto?
Oggi la gloria ha una nuova caratteristica: non suscita necessariamente rispetto, ma invidia. E spesso disprezzo. L'uomo qualunque si dice: «Quel tizio non è straordinario, non vale più di me, ma poteva comprarsi la celebrità». Una celebrità non riconosciuta come meritata declina presto. Appena so che un certo regista (o attore) di successo non è più bravo di me, appena so come ha ottenuto la gloria, anche senza volerlo penso che potrei fare altrettanto. L'ansia di rivaleggiare cede alla voglia di marketing. Infatti oggi apparire conta più che essere.
Emulo di Oswand Spengler, Pat(rick) Buchanan in Death of the West («Morte dell'Occidente») sostiene che esso accelera verso la sua fine geopolitica, demografica e spirituale. Lo si coglie dal fatto che la memoria diventa sempre più corta. L'era neolitica ha preso un milione d'anni, l'acquisizione dell'agricoltura diecimila, il Medioevo mille, il Rinascimento cinquecento, lo sviluppo delle tecnologie contemporanee cinquanta, che però hanno cambiato la percezione umana. Parallelamente, la memoria dell'umanità è sempre meno stimolata. Oggi i giovani ignorano non solo Bach, ma anche la Fitzgerald e Armstrong.
Il premio Nobel per la letteratura V.S. Naipaul ha scritto: «Il romanzo è morto senza lasciare rimpianti: ormai era inutile». Alla gente non occorre più, proprio come il cinema. L'uomo occidentale è inaridito dai consumi, corrotto dalla possibilità di soddisfare subito bisogni superficiali e privo del tempo per concentrarsi. Per cominciare a impregnarsi d'una sinfonia di Ciaikovskij, occorre ascoltarla per dieci o venti minuti. Prima di leggere Dostoevskij o Solgenitsin, va immolata una vittima: il tempo. Quello necessario per focalizzare l'attenzione, studiare qualcosa intensamente, riflettere. Per percepire un'opera d'arte, ci vuole la contemplazione; per percepire la musica pop, no. Idem per la letteratura attuale, che esenta dalla concentrazione.
L'abbondanza d'informazioni e la loro accessibilità non sono state d'aiuto. Anzi sono state ostacoli all'approfondimento della conoscenza del mondo. Quel grande appassionato di musica di Pasternak diceva: «Il miglior suono è il silenzio». Ora regna un fracasso costante sui campi di battaglia dell'informazione. In futuro il silenzio dell'informazione, e ogni altro silenzio, sarà appannaggio dei ricchi. Come l'assenza di computer. L'umanità sopravvivrà, ma in condizioni sfavorevoli per sviluppare l'individualità. Del resto, condizioni sfavorevoli talora giovano più delle favorevoli, infatti fanno concentrare sulle possibilità di sopravvivere. Ricevere su un vassoio Tv, cibo e confort e l'accesso totale a ogni informazione non fa più cogliere il valore delle cose. La qualità della vita dipende dalla capacità di riflettere sul ruolo e sul posto nella storia altrui. Ma filosofia e pratica attuali fanno più consumare che pensare.
Aveva ragione Spengler; ha ragione Buchanan. È un tramonto, una morte dell'Occidente. Non del mondo. India, Giappone, Cina e mondo arabo preservano le tradizioni. I grandi Stati eredi delle antiche civiltà, musulmana o confuciana, non hanno ancora perduto i valori secolari. Sono lenti nel rinnegare le tradizioni e s'oppongono a certi valori occidentali. Ecco perché i film del cinese Zhang Yimou e dell'iraniano Mohsen Makhmalbaf vincono i festival. Ecco perché, quando si parla di cultura mondiale, resta la speranza che l'umanità conservi voglia e capacità di creare ed esplorare la letteratura e il cinema che considero ancora forme d'arte.
(Traduzione di Maurizio Cabona)