Serve un Mago dei numeri per capire i soldi

Luca Gallesi

Viviamo quotidianamente, e inconsapevolmente, in un paradosso: la nostra esistenza ruota attorno al denaro, che dobbiamo guadagnare, spendere e risparmiare per vivere, anche se in realtà nessuno sa bene che cosa sia né, tantomeno, da dove provenga e da cosa dipenda esattamente la sua importanza. Valore in sé, misura del valore di tutti i beni, mezzo di scambio: il denaro è un po' come il tempo per Sant'Agostino: tutti sappiamo di cosa si tratta, tranne quando lo si deve spiegare...

A queste domande tenta di dare una risposta Hans Magnus Enzensberger, reduce dal successo del Mago dei numeri, dedicandosi ora agli arcana imperi degli economisti, raccontati come in una favola. Un'anziana ereditiera, Zia Fè, tra una crociera e un viaggio passa del tempo coi suoi tre nipoti, alternando storie fantastiche con domande, semplici solo in apparenza, sulla natura dei soldi. Veniamo così a scoprire che le crisi economiche non sono occasionali ma periodiche e inevitabili; che il denaro ha valore solo ed esclusivamente perché glielo diamo noi quando lo accettiamo; che la quantità di banconote in circolazione non dipende dai beni prodotti né dal lavoro offerto ma dalle speculazioni di pochi eletti; che le banche prestano soldi soltanto a chi li ha già (ma questo lo sapevamo), e che se un comune cittadino non riesce a restituire una piccola somma viene spremuto fino all'inverosimile, mentre se gli amici di una banca si fanno prestare milioni di euro e spariscono, sono ancora i comuni cittadini a rimetterci (e, purtroppo, sapevamo già anche questo!).

Un libro assolutamente piacevole, che scherzando coglie nel segno, senza preoccuparsi di scandalizzare le anime belle, come quando la Zia, ad esempio, diffida i nipoti dal fare beneficenza perché «dietro i bambini africani morti di fame» ci sono i lauti stipendi delle organizzazioni non governative, oppure quando spiega che politici e burocrati, «se uno ha un'idea e cerca di ottenere qualcosa, gli mettono il bastone tra le ruote». E, per finire, colpisce un'idea che sta serpeggiando, ossia l'abolizione del contante, con la scusa ipocrita che favorirebbe la malavita, quando sarebbe proprio la malavita più pericolosa, quella degli speculatori, che si impadronirebbe anche dell'ultima, piccola libertà che ci resta, ovvero di spendere quello che vogliamo quando vogliamo.