Dal sesso alla fede, non bastano i "valori" a costruire un'identità

Lo sappiamo tutti che nel prossimo futuro, se la tendenza viene confermata, saremmo sempre meno liberi. O, meglio: saremo liberissimi di fare quello che ci salta in testa, purché sia quello che ci salta in testa, e solo quello. Guai, invece, a fare ciò in cui crediamo: per essere davvero liberi occorrerà non credere in niente. Lo sappiamo tutti che non ci saranno più una sessualità «giusta» e molte «sbagliate», e che una volta rispettati i requisiti minimali - consenso da ambo le parti, tutela dei minori - si potrà fare semplicemente tutto. Non tutto. Vivere cristianamente sarà più difficile, anche questo lo sappiamo, perché sarà difficile educare cristianamente i propri figli in un mondo che tutelerà la libertà di fare tutto e il contrario di tutto mediante un accorto sistema di sorveglianza. Non potremo più insegnare loro che la pratica dell’omosessualità ha aspetti negativi per lo sviluppo della persona umana. Non potremo più nemmeno dare loro una sberla quando se la meritano. Lo sappiamo. Però io dico che non bisogna esagerare con gli allarmi. Si chiama allarmismo e secondo me non è una pratica sana. Per questo, nonostante la buona documentazione e la scrittura accattivante, il libro di Gabrielle Kuby Gender revolution (Cantagalli, pagg. 135, euro 12,90) mi lascia perplesso. Perché questa documentazione (la sessualità ridotta a pura opzione) la conosciamo già: basta avere voglia di guardare la realtà. E se non ne abbiamo voglia non la vedremo lo stesso: al massimo ci allarmeremo. Si può essere allarmati da qualcosa continuando a non conoscerla. Ogni giorno dovremmo essere spaventati da mille cose. Io penso però che a continuare sulla strada degli allarmi finiremo, tra qualche anno, come quei vecchi che ogni tre passi si fermano e scuotono la testa borbottando tra sé: «che tempi, che mondo!». Di fronte a guai come quello denunciato dalla Kuby il problema non è quello di reagire, o di resistere, di opporsi. Il problema è la risposta alla domanda sulla nostra identità. Se la nostra identità, o quella che riteniamo tale, è soltanto una serie di valori, la sconfitta è assicurata. Chi siamo noi? Siamo soltanto quelli che non fanno sesso prima del matrimonio, che vanno a messa la domenica, che rispettano i dieci comandamenti (soprattutto il sesto e il nono)? Lo scandalo del Cristianesimo è un altro. Ce lo ricorda Charles Péguy: «Egli non venne al mondo per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo». Egli rispose alla stupidità umana facendo qualcosa di completamente nuovo. Qualcosa di così nuovo e così umano da essere desiderabile per chiunque, in qualunque situazione si trovi, etero o gay non importa. Basta essere capaci di desiderare. Dalla nascita alla morte alla resurrezione, Cristo scelse la piccolezza, l’umiltà, la concretezza della vita. Fu un piccolo germoglio, semplice e concreto, e tale continuò a essere, fino a oggi. Una sorpresa, un bacio, una compagnia al nostro dolore, di qualunque dolore si tratti.