Seurat e Signac, i puntini sulla tela

Cosa direste se al ristorante, dopo aver ordinato un piatto di spaghetti alle vongole, vi portassero un piatto di pasta in bianco? Come minimo, che il cameriere ha capito male l’ordinazione. È un po’ quello che accade alla mostra «Seurat, Signac e il neoimpressionismo» al Palazzo Reale di Milano. La rassegna è interessante, ma di Seurat mancano tutte le vongole, cioè i capolavori principali. Manca Una domenica pomeriggio alla Grande Jatte, sostituito da un poster; manca Le Chahut, sostituito da due studi preparatori; manca La donna alla toletta, sostituito da un quadro analogo di Signac; mancano La Baignade, Parade, Il circo, non sostituiti da niente.

Ci sono diversi suoi paesaggi, ma nessuno dei dipinti per cui è più famoso. Intendiamoci, non è colpa della curatrice. Sono i musei che non prestano, anche perché i quadri di Seurat sono delicatissimi. Però, allora, non si deve mettere il suo nome in primo piano come se fosse il protagonista di tutto lo spettacolo, quando recita solo in alcune scene.

È vero, la gente non guarda a queste cose. Preferisce un grande nome straniero, anche se rappresentato con mille lacune, a un nome italiano meno conosciuto, anche se rappresentato al meglio. E, allora, si arrangi. E si arrangi anche il pedante specialista, che se visita una mostra intitolata «Seurat», si aspetta di vedere, chissà perché, le opere importanti di Seurat.
Detto questo, e masticata la delusione, diciamo che la rassegna a suo modo tiene. Basta dimenticare i capolavori di cui si diceva prima e concentrarsi sul movimento del neoimpressionismo (come, più dimessamente ma più onestamente, la mostra andava intitolata): movimento affascinante, che assomiglia al troppo celebrato impressionismo quanto New York assomiglia a York. Cioè, poco. Il neoimpressionismo infatti, a dispetto del nome, non c’entra molto con la pittura di Monet e compagni. Seurat e Signac, i padri della tendenza, muovono, è vero, dall’impressionismo, ma ne superano l’istintività e, soprattutto, la nozione di tempo come attimo. Seurat, in particolare, nella sua opera-manifesto Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande Jatte (1886), si ispira a Piero della Francesca, agli Egizi, a Fidia: vuole comporre, come dichiara lui stesso, una processione di persone simile al fregio del Partenone. Il tema del quadro è ancora impressionista (una passeggiata festiva nell’isolotto vicino a Parigi), ma la strana fissità dei personaggi, la decisa solidità dei loro corpi e la geometrizzazione precisa di tutte le forme, rendono l’opera ben diversa da quella di Monet e compagni. Non è più un’impressione, ma una composizione.

La tecnica stessa cambia: Seurat dipinge con una serie minutissima di punti, quasi un pulviscolo atmosferico. Alle «virgole», alle pennellate disordinate e scomposte degli impressionisti, sostituisce dei puntini che richiedono una stesura ordinata, metodica, ragionata. Deriva appunto di qui il termine pointillisme o puntinismo con cui la sua pittura viene anche definita. L’artista inoltre, ispirandosi alle ricerche ottiche di Chevreul e di Rood, predilige i contrasti di luce che nascono dai colori complementari: ama accostare, cioè, il rosso e il verde, il giallo e il viola, con effetti di intensa ma calibratissima luminosità.

Un talento prodigioso, quello di Seurat, purtroppo prematuramente troncato. L’artista scompare infatti a soli trentun anni, vinto da una difterite allora incurabile: la stessa malattia, tra l’altro, che colpirà il suo secondo figlio, morto ancora in fasce pochi giorni dopo di lui.
Seurat aveva trovato però un compagno di strada, un complice e al tempo stesso un seguace in Paul Signac (1863-1935), col quale aveva elaborato compiutamente la nuova tecnica pittorica. La storia del neoimpressionismo, anzi, comincia proprio quando si incontrano alle Tuileries, dove sta nascendo la Societé des artistes indépendants, nel 1884. Seurat ha quasi ventiquattro anni, Signac ventuno. Signac condivide la ricerca puntinista, la prosegue e ne diventa anzi il maggior teorico col saggio Da Eugène Delacroix al neoimpressionismo. A quella grafia paziente e ostinata si accostano altri artisti, come Pissarro, Luce, Cross, che a volte, però, sembrano compiacersene troppo. Dimenticando che l’arte non dipende dalla tecnica, ma, appunto, dall’arte.
LA MOSTRA
«Seurat, Signac e i neoimpressionisti». Milano, Palazzo Reale, fino al 25 gennaio. Catalogo Skira. Info. www.neoimpressionisti.it.