La sfida dell’Iran: «Avanti col nucleare»

Teheran annuncia l’intenzione di arricchire l’uranio indipendentemente dal piano di mediazione europea

Gian Micalessin

Se prima era una trattativa ora è una sfida. L’Iran non ha nessuna intenzione di discutere con gli europei la cessazione dei programmi di arricchimento nucleare e, qualsiasi proposta arrivi da Parigi Berlino e Londra, riprenderà comunque la produzione e la conversione di combustibile nucleare per la centrale nucleare di Isfahan. La dura posizione è stata annunciata ieri dal presidente uscente Mohammed Khatami dopo una riunione del Consiglio dei ministri. «Sia che l’Europa accenni al nostro diritto di riprendere i lavori nelle sue cosiddette proposte, sia che non lo faccia, noi riavvieremo le nostre attività a Isfahan», ha detto Khatami.
Parole fin troppo chiare, che fanno piazza pulita dei tentativi europei di arrivare a una mediazione concordata. In pratica, mentre Londra Parigi e Berlino sono ancora al lavoro per mettere a punto proposte e concessioni in grado di convincere Teheran a rinunciare ai progetti di arricchimento dell’uranio, il suo presidente annuncia il disinteresse della Repubblica Islamica per una soluzione concordata. «La scadenza finale arriverà col piano degli europei. Ci aspettavamo che accettassero di far ripartire le attività a Ishfan, e anche noi avremmo preferito farlo col loro consenso. Se non avverrà, sappiate che la decisione di riprendere l’attività è già stata presa dal sistema di governo».
Nella dura presa di posizione del presidente, considerato un tempo l’uomo delle riforme, c’è anche un tentativo di dissociarsi da una decisione che lui non attribuisce al proprio esecutivo, ma al sistema di governo. E il sistema di governo in Iran è per definizione quello dei poteri forti arroccati intorno al blocco conservatore e alla Guida Suprema Alì Khamenei. Con quel distinguo Khatami farebbe capire di essere stato costretto, a pochi giorni dall’insediamento del suo successore Mahmoud Ahmadinejad, a presentare una decisione impostagli dall’alto.
La decisione rischia di portare l’Iran allo scontro diretto con il suo principale nemico, l’America, convinta che dietro i piani di sfruttamento civile dell’energia nucleare si nasconda il tentativo di costruire armi nucleari.
L’Europa, rappresentata da Parigi, Londra e Berlino, era scesa in campo proprio per evitare la contrapposizione diretta, salvare Teheran dal rischio di sanzioni dell’Onu ed evitare, nel lungo periodo, il rischio di raid americani o israeliani contro le installazioni atomiche iraniane. I tre «grandi» europei puntavano a offrire incentivi economici e politici per convincere l’Iran a utilizzare, nel caso, solo il combustibile nucleare messo a disposizione dai russi. In nessun caso Londra, Parigi e Berlino pensavano di approvare il processo d’arricchimento nucleare, visto che lo scopo del negoziato era proprio quello di bloccarlo. Così ora Teheran, già danneggiata politicamente dalla vittoria del superfalco Ahmadinejad e dal consolidamento del blocco conservatore, rischia di ritrovarsi isolata e in rotta di collisione col nemico americano.
Prima della sua elezione, Ahmadinejad aveva criticato le concessioni fatte dall’Iran e l’eccessiva disponibilità dimostrata «congelando» le proprie attività. Dopo la conquista della presidenza aveva parzialmente corretto le sue affermazioni dicendosi disposto a continuare la trattativa con l’Europa. La decisione di far annunciare a Khatami e non al presidente entrante il diktat iraniano potrebbe puntare a non danneggiare ulteriormente l’immagine di Ahmadinejad, che potrà così attribuire la rottura della trattativa al suo predecessore.
L’Europa ha già avvertito l’Iran che in caso di ripresa dei processi di conversione a Isfahan o di arricchimento in altri stabilimenti appoggerà un’eventuale richiesta di Washington per ottenere sanzioni dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La Casa Bianca non ha mai smentito la possibilità di attacchi alle installazioni atomiche iraniane per bloccare lo sviluppo di ordigni nucleari. Il presidente Khatami non sembra però considerarlo un rischio probabile. «L’America minaccia molto, ma con tutte le preoccupazioni che ha in Irak e nel resto del mondo non farà mai qualcosa di così insensato. Se commetterà questo errore, avremo delle perdite, ma le loro saranno maggiori».