Una sfida in famiglia tra il mafioso Dionisi e l’onesto Briguglia

Stasera e domani su Raiuno la miniserie «Era mio fratello», la prima fiction (girata in Calabria) che racconta la ’ndrangheta

da Roma

Quando ci si chiede perché sia così difficile combattere la criminalità organizzata, generalmente si trascura una delle caratteristiche che contribuiscono a radicarla così profondamente nella società, rendendola ancora più difficile da estirpare. «La 'ndrangheta non poggia solo su motivazioni economiche. Ma anche sui vincoli di sangue. Su un modo di delinquere, cioè, in cui i gradi di parentela sono essenziali. L'organizzazione interna - spiega Stefano Dionisi - non è insomma verticistica. Ma familiare».
Il che spiega perché Era mio fratello (la miniserie in onda stasera e domani su Raiuno, interpretata da Dionisi e ambientata, appunto, nel mondo della 'ndrangheta) dovesse in un primo tempo intitolarsi Fratelli di sangue: «Perché questo intreccio fra legami familiari e criminali è il centro nodale della nostra storia - spiega l'altro protagonista della fiction, Paolo Briguglia - La storia racconta infatti di due fratelli che, scampati alla strage di 'ndrangheta in cui sono periti i genitori, hanno diversi e opposti destini. L'uno (Dionisi) viene allevato dalla famiglia di un boss mafioso, assorbendone la cultura malavitosa; l'altro (Briguglia) è invece adottato da un comandante dei Gis (Enzo De Caro) e dalla moglie (Pamela Villoresi), e cresce quindi nel rispetto della legalità». Con conseguenza un po' didascalica i due giovani finiranno per incontrarsi, dopo più di vent'anni. E il complicato rapporto che ne nascerà simboleggia l'inevitabile, complesso scontro fra Bene e Male.
«Credo sia la prima volta che la fiction si occupa di una realtà difficile come quella della 'ndrangheta - osserva il regista della miniserie, Claudio Bonivento -. E lo fa con un cast di tutto rispetto, anch'esso difficile da reperire in questo genere di prodotto, annoverando anche Anna Valle, Maurizio Aiello, Massimo Ghini». Ma soprattutto mettendo in campo un tema articolato come quello dell'inestricabile sviluppo tra affetti e crimine. «Quando si combatte questo tipo di malavita, è certo più difficile averne ragione, proprio perché le famiglie mafiose sono unite fra loro da vincoli ancestrali - riflette Anna Valle - Il mio personaggio, ad esempio, incarna quelle donne che hanno il coraggio di rinnegare i propri uomini per amore dei figli; per tentare di salvare almeno loro. Il coraggio di dire no alla propria famiglia». «La parte più interessante del mio personaggio è appunto questa - aggiunge Dionisi - Si tratta certo di un malvagio, incallito nel male; ma ritrovare il fratello risveglia in lui quel po' di bene che aveva nascosto in fondo al cuore. E gli fa nascere dentro una crisi profonda che forse, chissà, potrà anche salvarlo».
La complessità del tema finisce per aderire anche a quelli sollevati da certa, recente cronaca: «Abbiamo visto quali motivazioni fossero dietro la strage di Duisburg - fa notare il capostruttura di Raiuno, Francesco Nardella -. Fra le donne di quei gruppi familiari e la vendetta, non c'erano solo questioni di soldi, di traffici. C'era la vendetta. Perpetrata proprio in nome della famiglia».
E non è un caso che la fiction sia stata girata in molto luoghi di Calabria, da Reggio a Palmi, Catona e Melito, «cercando di tradurre il forte tema civile della sceneggiatura nella forma del poliziesco più serrato e coinvolgente, ricco di azione, di colpi di scena. Offrire un prodotto attento ai contenuti, ma anche alla forma spettacolare - conclude Nardella - rimane sempre uno degli obbiettivi della fiction Rai».