Shamil, «l’invincibile» che cercava il martirio

I suoi l’avevano soprannominato «L’invincibile» per essere sfuggito mille volte alla caccia dei russi. Questa volta sembra che Shamil Basayev sia morto per davvero saltando in aria con un camion minato, che doveva servire all’ennesimo attentato per cui il ceceno era diventato il nemico numero uno del Cremlino.
Nove anni fa, quando lo incontrai a Grozny, la capitale senza legge della Cecenia, allora in mano ai separatisti, Basayev stava iniziando a scivolare sotto l’influenza fondamentalista, che lo porterà a diventare una specie di Osama bin Laden della sanguinosa provincia caucasica. Il ricordo che mi rimane di quell’incontro è di un giovane gentile, ascetico, con la barba islamica d’ordinanza, che voleva emulare le gesta dell’imam Shamil, il predicatore guerriero dell’800 che mise in difficoltà le truppe zariste nel Caucaso.
Basayev era nato nel 1965 nel villaggio di Dyshne-Vedeno, nella Cecenia sud-orientale. Suo nonno aveva combattuto contro i russi nell’esercito dell’emiro del Caucaso e l’intera famiglia Basayev era stata deportata da Stalin in Kazakstan, come gran parte del popolo ceceno: era la punizione per l’appoggio dato alle armate naziste nella II guerra mondiale. Nelle nuove guerre contro i russi Shamil ha perso una dozzina di congiunti.
Fisico quasi esile e occhi scuri come la pece, negli anni Ottanta Shamil è solo un giovane venditore di computer a Mosca. Nel 1991 durante il fallito colpo di Stato dei dinosauri sovietici, Basayev compare per la prima volta armato fino ai denti, come guardia del corpo di Ruslan Khasbulatov, l’allora presidente del Parlamento. Si fa le ossa combattendo in prima linea in Abkazia, una provincia in lotta con i georgiani. Appassionato di calcio, diventa una leggenda nel corso della prima guerra con Mosca, nel 1994, vinta dai ceceni.
Colpisce il suo modo di vivere spartano: calza sandali, indossa pantaloni a sbuffo e semplici t-shirt, spesso di colore verde come la bandiera del Profeta. Nel 1998 viene nominato primo ministro della regione ribelle. La politica non fa per lui e ben presto si dimette. La deriva islamica e i sogni di grandezza stanno già portando Basayev verso una nuova pericolosa avventura: l’attacco alla vicina Repubblica del Daghestan con l’obiettivo di creare uno «Stato islamico del Caucaso». Il suo mentore è l’emiro Al Khattab, un giordano, comandante dei volontari islamici della guerra santa internazionale accorsi in Cecenia. L’attacco al Daghestan provoca nel 1999 il secondo e più duro intervento russo. Grozny, la capitale cecena, viene rasa al suolo e Basayev, dato più volte per morto, perde un piede saltando su una mina, ma sopravvive. Con l’inasprirsi del conflitto, «l’invincibile» sceglie l’arma del terrorismo stragista e influenza con la sua vocazione fondamentalista l’intera guerriglia cecena.
Lo scorso anno è nominato numero due del governo clandestino. Però il suo destino è già scritto: morire da “martire” cercando l’ultima zampata contro gli odiati russi.