Sharia e al Qaida tolleranza zero

Livio Caputo

Resta ancora una settimana per sperare nel prodigio necessario perché gli Stati Uniti e i suoi alleati possano cominciare a estrarsi dalla palude irachena: lunedì a mezzanotte, dopo un'ultima giornata di frenetiche quanto inutili trattative per rispettare i termini previsti, i Costituenti di Baghdad hanno infatti deciso di concedersi altri sette giorni per concordare un testo da sottoporre prima al Parlamento e poi agli elettori. Gli Stati Uniti, che avevano esercitato fortissime pressioni perché i lavori si concludessero, come stabilito, entro il 15 agosto, hanno fatto buon viso a cattivo gioco: il presidente George W. Bush ha elogiato gli «eroici sforzi» dei politici per rispettare il mandato ricevuto e Condoleezza Rice ha parlato di «democrazia al lavoro». Ma gli ostacoli rimangono formidabili, e alla Casa Bianca si comincia a pensare al modo migliore per far fronte a un fallimento.
Per adesso i rappresentanti di Sciiti, Sunniti e Curdi non sono riusciti ad accordarsi su nessuno dei tre punti chiave: il ruolo dell'Islam nella Costituzione, la misura di federalismo da introdurre nel nuovo Irak e la spartizione della rendita petrolifera.
Alcuni legislatori tendono a minimizzare i contrasti, assicurando che il prolungamento dei negoziati sarà sufficiente per trovare un accordo in extremis, ma altri, specie di parte sunnita, sembrano convinti che i contrasti siano troppo forti e che, al massimo, si arriverà a un documento condiviso solo da una parte dei Costituenti, che il Parlamento sarà costretto a varare a maggioranza. Dal momento, tuttavia, che questo dovrà poi essere sottoposto a un referendum popolare, in cui sarebbe sufficiente la bocciatura da parte di tre sole province (i sunniti sono in netta prevalenza in quattro) per azzerare tutto, le prospettive sono decisamente inquietanti: il calendario fissato per l'instaurazione di una democrazia compiuta, che prevede l'entrata in vigore della nuova Costituzione il 15 ottobre ed elezioni legislative il 15 dicembre rischia di saltare, la rivolta sunnita che già oggi si traduce in una media di settanta attentati al giorno di trovare nuovo vigore e il Paese di spaccarsi in tre tronconi più di quanto non sia già adesso.
Per l'America e la «coalizione dei volenterosi» che mantengono ancora quasi duecentomila uomini in Irak un accordo è importante quasi quanto lo è per gli iracheni. Dalla installazione a Baghdad di un governo nella pienezza dei suoi poteri, in cui possano riconoscersi tutti i gruppi etnici e religiosi e che abbia la forza di contrastare con le sole sue forze guerriglia e terrorismo dipendono infatti i tempi del ritiro. Bush insiste che le truppe americane resteranno nel Paese fino a quando non avranno portato a termine la loro missione, ma i suoi margini di manovra si stanno riducendo: il quotidiano stillicidio di morti e feriti ha fatto crollare i consensi alla sua condotta della guerra al 38% dell'elettorato, mentre il 56% è ormai favorevole ad iniziare il disimpegno. Negli stessi ambienti governativi, pochi si illudono che gli Stati Uniti possano infliggere all'inedito asse tra seguaci di Osama bin Laden e nostalgici di Saddam Hussein una sconfitta decisiva. Nei media, intanto, si stanno moltiplicando le voci critiche, con toni che ricordano la campagna contro la guerra del Vietnam.
Lo stesso Pentagono prevede che, dopo un ultimo sforzo per assicurare la regolarità delle due consultazioni autunnali, possa iniziare un graduale ritiro che porterebbe il corpo di spedizione dai 138.000 uomini attuali a centomila entro l'estate del 2006. In vista delle elezioni congressuali di novembre, per la Casa Bianca è indispensabile riportare a casa almeno i reparti di riservisti che, specie nelle ultime settimane, hanno subito perdite dolorose. Gli alleati inglesi, italiani, coreani, danesi hanno problemi analoghi e hanno cominciato a loro volta a ridimensionare la propria presenza, nella presunzione che con l'entrata in vigore della Costituzione diventi meno necessaria.
Ora tutti questi piani potrebbero essere rimessi in discussione: se, infatti, l'Occidente può accettare sia un Irak unitario sia un Irak federale e può essere indifferente alla ripartizione dei soldi del petrolio, non può tollerare che diventi uno Stato teocratico fondato sulla Sharia e tanto meno può permettere che, nel caos che un fallimento dei negoziati provocherebbe, il nuovo ordine sia travolto da una guerriglia ispirata da al Qaeda.