Si alza il volume per fuggire dal proprio «io»

A tutto volume per non sentire nulla. Questo è il destino acustico della nostra civiltà, che non riguarda soltanto i giovani, come si potrebbe facilmente constatare. Certo, loro sono i primi a essere segnati da questo destino: dalle discoteche alle pizzerie, ai bar per festeggiare la nuova moda dell’happy hour, il chiasso è travolgente quasi fosse necessario per poter comunicare. Il rumore generalmente fa da sottofondo alle parole: si parla cercando di superare un po’ il brusio circostante. Adesso la situazione si capovolge: sembrano le parole il sottofondo da cui si eleva glorioso il chiasso più assordante.
E anche là dove sarebbe più sensato rimanere in silenzio, ecco l’apparecchio colle cuffie che spara decibel direttamente nel cervello: si fa jogging ascoltando musica isolati da due tamponi che premono le orecchie; perfino in biblioteca non è difficile veder leggere e scrivere persone equipaggiate di auricolari, come se il silenzio fosse un terribile disturbatore della concentrazione.
La tecnologia ha le sue colpe (o i suoi meriti: punti di vista) nell’aver diffuso la convinzione che senza una significativa amplificazione della voce, attraverso megafoni e altoparlanti, sia impossibile comunicare. Anche perché la società di massa ha moltiplicato esponenzialmente gli ascoltatori: è sufficiente gettare uno sguardo alle passate adunate oceaniche, dove i grandi dittatori arringavano le folle, oppure ai recenti e più modesti comizi dei capipartito della democrazia per accorgersi che la voce amplificata non è solo funzionale alla comunicazione, ma appare un simbolo di potere.
Dalla politica alla quotidianità il passo è breve: talvolta il microfono è davvero necessario per farsi intendere, ma il più delle volte rimane un simbolo tecnologico di autorevolezza, se non di potere. Ecco nei consigli aziendali gli amministratori seduti intorno al tavolo ognuno con un microfono davanti a sé anche se potrebbero farne a meno. Nelle aule universitarie il professore parla al microfono anche se ha soltanto venti studenti che seguono la lezione. E un microfono di gran moda è diventato quello che si aggancia intorno alla testa, che alla peggio si tiene spento se si parla a quattro gatti. Insomma, la dimensione naturale della voce è bandita dalla nostra società tecnologica e di massa, e con essa se ne va anche il silenzio. Così si evocano i bei tempi andati quando la parola nel suo tono normale era padrona, quando bastava sussurrare per farsi intendere, quando il rumore era odiato e considerato una minaccia al proprio equilibrio emotivo.
Troppo semplice questa evocazione e troppo banale la nostalgia del passato, anche perché la contrapposizione non è tra il rumore e il silenzio, ma tra il rumore e la comprensione, tra il chiasso e la comunicazione. È evidente che il frastuono semplifica la comunicazione e la comprensione riducendole al minimo: è come un alibi all’incapacità di parlarsi o alla mancanza di cose da dirsi. Così, a tutto volume, si possono passare ore in compagnia di altri senza dire quasi niente; oppure, soli con se stessi, il rumore nelle orecchie protegge da possibili silenzi riflessivi inquietanti.
Il nonno diceva: «Un buon silenzio non fu mai detto», che è un modo semplice per sostenere la stessa tesi del celebre filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, il quale scrisse un libro notissimo per finire con queste parole: «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Da un’esagerazione all’altra: dalla minacciosa ingiunzione a starsene zitti del nonno e del filosofo, al chiasso tecnologico della società di massa. Un minimo di buon senso suggerisce che c’è una via di mezzo: proviamo ad abbassare il volume e forse un po’ di umanità potrà affiorare dal frastuono e da insopportabili o arroganti silenzi.