Come si può evitare il diabete

Luigi Cucchi

All’inizio dell’anno, quando l’atmosfera dei brindisi benaugurali è ancora presente, si fanno propositi salutistici. La qualità di vita è fondamentale. La salute è un bene prezioso, la cui perdita ci fa comprendere il suo vero valore. Ci ripetiamo, quasi per convincerci, antichi adagi, che rimangono il più delle volte solo propositi velleitari. Modificare lo stile di vita è indubbiamente una impresa ardua. Spesso poi non si conoscono i reali rischi che si possono manifestare come conseguenza ad un eccesso di superficialità.
Entro il 2010, cioè solo tra quattro anni, vi saranno 31 milioni di europei costretti a sottoporsi a trattamenti per diabete, a rischio di gravi complicazioni collaterali. Costoro, sostanzialmente per leggerezza, misconoscenza, pigrizia hanno inanellato una lunga serie di comportamenti negativi danneggiando il loro metabolismo fino a soffrire di una sindrome definita metabolica già quarant’anni fa dal professor Gaetano Crepaldi (alcuni la chiamano diabolica). L’elemento centrale di questa patologia è rappresentato dal sovrappeso, inteso come deposito di grasso addominale. Studi recenti hanno evidenziato che in Italia gli obesi sono aumentati del 25% negli ultimi 5 anni e che il 50% della popolazione italiana è in sovrappeso (con picchi nel Sud Italia), mentre l’incidenza dell’obesità si attesta sul 7-10% della popolazione. La sindrome metabolica colpisce il 18% della popolazione italiana, è comune nei soggetti di media età e la situazione si aggrava con il progressivo innalzamento dell’età media.
«Va considerata come una malattia in cui fattori ambientali e comportamentali come l’iperalimentazione e la sedentarietà concorrono a rivelare una predisposizione rimasta silente in passato, in epoche di restrizioni alimentari», afferma la professoressa Silvia Fargion, direttore del Centro per lo studio e la cura delle malattie metaboliche del fegato e rischio neoplasie presso la Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena.
«La sindrome metabolica spesso viene considerata dal clinico come una serie di disordini apparentemente non legati fra loro. Non si tiene conto – prosegue la professoressa Fargion – che la sua presenza rende più gravi diverse patologie quali diabete, ipertensione arteriosa e insufficienza renale».
Il Centro, diretto dalla professoressa Silvia Fargion - ordinario di medicina interna dell’università di Milano presso l’Ospedale Maggiore Policlinico - è una struttura all’avanguardia per quanto concerne ricerca, qualità dell’assistenza e unicità dell’approccio per lo studio e la cura di patologie quali l’emocromatosi ereditaria, la steatosi epatica e l’epatite cronica da virus C. Ciò che contraddistingue il Centro è la visione unitaria del malato: l’attività non è mai finalizzata alla diagnosi e alla cura di un singolo organo, ma alle gestione della patologia, che può essere la manifestazione di malattie più complesse con potenziale coinvolgimento di più organi. Il Centro accoglie 2.000 pazienti l’anno e fornisce oltre 10.000 prestazioni. Si è in presenza della sindrome metabolica quando si verificano almeno tre di queste condizioni: circonferenza addominale superiore a 102 centimetri nell’uomo e a 88 nella donna, aumento dei trigliceridi, riduzione del colesterolo HDL, glicemia superiore a 100, pressione arteriosa superiore a 135/85. «La nostra esperienza nei pazienti con steatosi epatica – precisa la professoressa Fargion - conferma i dati già pubblicati sul New England da autori americani: la modifica dello stile di vita riduce il rischio di sviluppare diabete più di quanto non faccia una terapia farmacologia».