Si scambiano l’idioma in segno di pace

In Israele le lingue ufficiali, quelle che appaiono sui biglietti di banca e su gran parte delle indicazioni stradali, sono tre: ebraico, arabo, inglese. Quelle parlate, almeno nei programmi radiotelevisivi, sono più numerose e questo spiega perché lo scrittore Amos Oz interpreti la rinascita di una lingua morta come l’ebraico (oggi il numero di persone che parlano ebraico è il doppio di quelle che parlavano inglese al tempo di Shakespeare) non come frutto della volontà dei padri del sionismo (il suo fondatore, Herzl, pensava che nel futuro Stato degli ebrei si sarebbe parlato in tedesco), ma del bisogno di un ragazzo russo di dire «ti amo» a una ragazza marocchina o di un malato di cultura egiziana di spiegare i suoi problemi a un medico di lingua tedesca.
Se si vuole uscire da questa Babilonia di lingue (che è anche una Babilonia di culture) e sviluppare almeno sul piano culturale una maggiore comprensione, occorre pensare alla diffusione di un ebraico moderno, ma classico, e di un arabo dello stesso tipo. Le due lingue hanno strutture, grammatiche e radici verbali molto simili. Hanno soprattutto la medesima capacità di esprimere due fedi che hanno fatto della ortoprassia - non della ortodossia, nonostante le apparenze - la struttura portante dei valori religiosi e sociali. Basta pensare alla flessibilità, nelle due culture, del concetto di pace - shalom, shalaam - che in entrambe contiene quello di completezza, sottomissione (al divino) congiungimento, addizione ecc.
Lo ha compreso l’attuale ministro della Cultura che ha suscitato furori fra i nazionalisti dei due campi proponendo l’obbligo dell’insegnamento di un numero pressoché uguale di ore di arabo e di ebraico a scapito dell’inglese. A favore invece di questa decisione, che forse non sarà mai messa in pratica, c’è uno sparuto gruppo di poeti, scrittori, pubblicisti, giornalisti che da sempre si è intestardito a scrivere nelle due lingue, nello sforzo di promuovere la conoscenza reciproca della cultura araba ed ebraica. Senza di essa, sono convinti, non ci potrà essere progresso politico e sociale.
Di scrittori israeliani ebrei che scrivono in arabo non ce ne sono mai stati molti. Il loro numero diminuisce con l’invecchiare dei membri della classe colta ebraica nata soprattutto in Irak, ma anche in Egitto e in Libia. Uno dei più noti, il professor Shmuel Morè, che continua a scrivere poesia araba, è oggi il decano del gruppo da quando Sami Michael, grande scrittore ebreo irakeno, ha cessato di scrivere in questa lingua, anche se i suoi romanzi continuano a trattare della società ebraica e non ebraica di Bagdad.
La radio e la televisione israeliana in lingua araba sono state, e in un certo senso sono ancora, «serre» in cui sono cresciuti molti giornalisti ebrei che hanno fatto della lingua araba il loro mestiere e la loro carriera. Nessuno, tuttavia, può vantare il ruolo di scrittore arabo, anche se le loro analisi giornalistiche e storiche - come a esempio quelle di Emanuel Sivan, storico e professore di civiltà musulmana all’università ebraica di Gerusalemme - sono largamente riportati nella stampa araba. E Sayed Kashua è diventato una star della televisione israeliana, e i suoi ironici libri sulla personalità divisa degli arabi israeliani sono diventati bestseller in lingua ebraica.
Scrivere in ebraico non è però la stessa cosa che scrivere ebraico, cioè identificarsi con questa lingua non come idioma straniero in cui si «traduce» il proprio pensiero arabo, ma in quanto si crea vera letteratura ebraica. Il più famoso scrittore arabo israeliano di questo tipo è stato Anton Shammas, nato nel 1950 nel villaggio arabo-cristiano di Galilea da una madre libanese venuta nel 1936 a insegnare francese alla scuola femminile locale. Nel 1962 la famiglia si trasferì a Haifa dove Anton studiò nella scuola ebraica locale, passando poi all’università ebraica di Gerusalemme. La sua antologia di poemi ebraici intitolata Copertina rigida rappresentò un passo fondamentale nel processo di integrazione culturale arabo-ebraica. La sua fama è legata al romanzo scritto in ebraico nel 1986 dal titolo Arabeschi, tradotto in molte lingue ma mai in arabo. Sposato con un’americana ebrea di sinistra, insegna oggi in America senza scrivere più né in arabo né in ebraico.
Un altro poeta e scrittore arabo di talento è Rashid Al Hussein, scomparso precocemente e accompagnato da Atallah Mansur, di Nazaret, per molti anni attivo giornalista nella stampa israeliana che negli anni Sessanta scrisse in arabo e in ebraico un romanzo autobiografico, Amore senza domani, che ebbe notevole risonanza e impatto sui rapporti arabo-israeliani in quel periodo.
Naim Araide, è probabilmente oggi il maggiore poeta arabo israeliano in lingua ebraica. Vado a trovarlo nella sua villa a metà costa della collina che sovrasta la cittadina di Mrar, un centro di oltre 20mila abitanti, per la maggioranza drusi. Mi riceve nel salone degli ospiti, decorato con il ritratto di Sultan Atrash, il leader druso che combattè a lungo i francesi in Libano. La sua famiglia abita da quasi mille anni a Mrar, dove lui non intende darsi alla politica, preferendo continuare a fare il docente universitario e sviluppare la sua vena poetica.
Fa una netta distinzione fra chi scrive arabo e chi scrive in arabo. Nel secondo caso si tratta sempre di traduzione. Nel primo di creazione che richiede, come per lo scrittore ebreo, un’intima conoscenza non solo della lingua, ma anche della storia e della cultura ebraica. Occorre conoscere la Bibbia in originale, il Talmud, comprendere il significato della Cabala, non limitarsi alla sola padronanza della sintassi ebraica. Questo pone al poeta arabo che scrive ebraico un doppio problema di identità.
Occorre tener presente il problema del poeta nell’Islam, che favorisce la «fantasia visuale» a scapito di quella «creativa». La fantasia visuale è retorica, struttura, acrobazia linguistica. Il linguaggio poetico, come quello politico, può avere effetto incantatorio, ipnotico ma rifugge dalla creatività che non può esistere senza l’immaginazione. Grandi poeti come il siriano Abu al Laala al Maari, filosofo, che secondo alcuni ha influenzato il Paradiso perduto di Milton, è stato denunciato come miscredente proprio per il suo genio creativo. In epoca più recente un altro grande poeta arabo, Adonis, continua a essere criticato nel mondo arabo dove i suoi scritti e la sua poesia hanno poco successo. Persino il premio Nobel Nagib Mahfuz, molto prudente nei suoi scritti, si è visto fisicamente attaccato per aver usato troppa fantasia.
«Che cosa rappresenta la poesia ebraica in cui scrive, come del resto quella araba?», chiedo ad Araide. «La libertà della fantasia - mi risponde -. Usando la lingua della Bibbia si ha il privilegio di sentire il linguaggio della creazione del mondo, nello stesso modo in cui scrivendo di amore ci si identifica col Cantico dei Cantici di Salomone, o scrivendo di morte con il pianto di Davide nei salmi». Scrivere ebraico - non scrivere in ebraico - dà al poeta arabo un senso di liberazione. La stessa cosa avviene quando un poeta come Araide scrive in arabo: non è solo letteratura; è atto di fede e al tempo stesso di rivolta. La poesia ebraica è un’espressione di sentimenti liberi e di fantasia. Quella araba è, invece, un’espressione di retorica e di struttura. Ha un effetto incantatorio ma privo di fantasia, perché il Corano considera la poesia molto vicina al libertinaggio. Per scrivere poesia occorre sentirsi liberi. Molti vorrebbero esserlo oggi nel mondo arabo, ma pochi lo sono e chi lo è viene perseguitato. La scelta è ancora fra il dogmatismo islamico e un laicismo che non c’è.
Per questo Naim Araide organizza ogni anno un festival di poesia nella sua città. Al prossimo, dal 20 al 27 aprile, parteciperanno poeti israeliani arabi ed ebrei, egiziani, palestinesi, spagnoli, russi, danesi, turchi, romeni. L’iniziativa è nata nel 2000 come risposta culturale all’Intifada. Uno dei personaggi dei romanzi di Yehoshua. Ma l’impatto sulla società israeliana è limitato, perché gli israeliani, invece di vivere i valori ebraici, vivono quelli americani. Israele tende sempre più a diventare un ghetto tecnologico. Scrivere poesia ebraica per un arabo di Israele è un modo di allargarne i confini umani e spirituali.