Si scrive di Napoli ed è subito ingorgo

È in arrivo un’ondata di opere di autori partenopei. Sono tutti ambientati sotto il Vesuvio (e dintorni). Colpiti da una strana sindrome? Alcuni ammettono, altri negano...

Napoli, sempre Napoli, non fai in tempo a superare Valeria Parrella che da dietro ti suona spazientita Antonella Cilento, anche lei racconti e anche lei Napoli, e mentre guardi nello specchietto rischi di tamponare un paio di antologie, affollate come autobus all’ora di punta, schiacciate dal peso di decine di autori vecchi e nuovi, talentuosi e negati, prolissi e concisi, tutti diversi eppure tutti uguali, così inconfondibilmente napoletani dalla prima all’ultima riga.
Quando ti sei lasciato alle spalle i due carrozzoni devi mettercela tutta per evitare lo scontro con un rugginoso pamphlet di Giorgio Bocca in arrivo da destra e con un volume appena revisionato di Giuseppe Montesano che ti piomba da sinistra, e ancora non sai che dopo la curva sarai bloccato da un Benedetto Croce monumentale, lentissimo, però di un bel rosso pompeiano-Adelphi. E tu hai fretta, vorresti uscire dalla città, correre per strade libere verso nuovi orizzonti ma niente da fare, cominci a temere di restare imbottigliato dentro Napoli per il resto della tua vita di lettore: oltre a coloro che già ingombrano la strada la radio avvisa che hanno acceso i motori e stanno per uscire dai rispettivi garage Rossella Milone e Silvio Perrella e Massimo Cacciapuoti e Andrea Santojanni e chissà quanti altri.
È un ingorgo, il grande ingorgo letterario napoletano. Una specialità locale come i disoccupati organizzati e il gattò di patate. Gli scrittori milanesi raramente dedicano grandi riflessioni a Milano, lo ha fatto Luca Doninelli ed è parsa un’eccezione. Gli scrittori romani sono talmente tanti che è normale esistano parecchi libri ambientati a Roma. Però ogni tanto si riposano dalla romanità, visitano altri luoghi, scrivono di altre regioni: Ammaniti si è trasformato in pugliese, Affinati è arrivato fino ad Auschwitz, Picca per il romanzo in uscita ha trovato l’ispirazione ad Urbino... Gli scrittori napoletani no, sono monotematici, scrivono sempre di Napoli perfino quando a Napoli non abitano più da decenni, come De Crescenzo e La Capria. È un’ossessione, una patologia. Una malattia non mortale però piuttosto grave, invalidante, che Antonella Cilento afferma di non avere. Secondo lei L'amore, quello vero (Guanda) è immune dal morbo della napoletanite: «È un libro di racconti che si svolge a Napoli solo perché ci abito. Se abitassi altrove si svolgerebbe altrove». Dalla sua scuola di scrittura è passata Rossella Milone, prossima esordiente con Prendetevi cura delle bambine (Avagliano). La risposta dell’allieva somiglia a quella della maestra: «La città è Napoli ma potrebbe essere qualsiasi altra. Racconto le storie di personaggi che vivono qui perché penso che bisogna scrivere di cose che si conoscono benissimo, almeno per chi è all’inizio come me». Parole sante, ma allora che cos’è che non funziona, di chi è la colpa del senso di pesantezza che prende ogni volta che si affronta l’accoppiata Napoli-letteratura?
Il caso è difficile, bisogna consultare Francesco Durante, forse il massimo conoscitore dell’ingorgo letterario napoletano in quanto capo della pagina culturale del Corriere del Mezzogiorno. «Il problema è che nei libri ambientati a Napoli la città si nota di più rispetto a quelli ambientati a Roma o a Milano. Napoli resta un luogo di mitica, prepotente evidenza, una capitale, sia pure, come dice La Capria, una capitale della decadenza. Parlare di Napoli significa parlare di tutti. Già il Malaparte della Pelle la pensava così e la sua Napoli diceva della sorte d’Europa». Ecco un ottimo motivo, la Napoli caput immundi, per continuare a leggere i libri di questa logorroica, odiosamata città. L’articolo potrebbe finire qui se non si dovesse registrare il disaccordo di Giuseppe Montesano, che invita a non credere troppo (o a non credere più) alla straordinarietà del sito: «In molti c’è l’illusione di poter spremere da Napoli una goccia di diversità assoluta. È un’illusione gigantesca, perché Napoli già da tempo somiglia a tutto». Viene in mente che qualcosa del genere lo scrisse Domenico Rea nell’ormai lontano 1972, otto anni prima del fatale spartiacque che fu il terremoto: «Napoli non è più un ambiente eccezionale, tutta l’Italia si sta napoletanizzando. Qui o altrove è la stessa cosa». A proposito di Rea, il Meridiano a lui dedicato è vicinissimo alla ristampa, questo significa che i lettori napoletani o napoletanofili esistono e prosperano, nonostante tutto. Antonio Franchini dalla cima del suo osservatorio in Mondadori conferma la speciale reattività del lettore indigeno: «L’altro giorno sono stato a Napoli alla presentazione di un libro che avevo già visto presentare a Milano. C’era il doppio della gente e il quadruplo degli interventi da parte del pubblico».
Resta il problema dell’ingorgo. Per diminuire il sovraffollamento librario, causa fra l’altro di mancata attenzione nei confronti di opere anche valide, si avanzano due modeste proposte: 1) i libri alterni; 2) gli itinerari alternativi. Come le targhe alterne, i libri alterni non sono una soluzione definitiva ma aiutano ad acquisire consapevolezza del problema. Un libro su Napoli e un libro su qualcos’altro, un libro su Napoli e un libro su qualcos’altro.
E se la Parrella si azzarda a uscire col terzo libro consecutivo di racconti napoletani, multa. Riguardo gli itinerari alternativi: non se ne può più dei libri su Scampìa e in generale sull’inferno dell’entroterra. Non di solo orrore vive l’uomo. Che fine hanno fatto, in letteratura, Capri, Ischia, Sorrento? Possibile che dopo La Capria niente? Bisognerebbe portarli un po’ al mare, questi scrittori napoletani così problematici e così pallidi.