Si sposta da Roma a Torino la mostra «MeetDesign», sulla cultura dell'abitare

I due architetti Marco Romanelli e Marta Laudani raccontano, in un talk ai Mercati di Traiano, come nasce un oggetto per la casa. L'ispirazione dalla natura, dalla gestualità quotidiana, dalla memoria del passato

Cambia il gusto nell'arredare le case, cambia il design degli oggetti , dalla poltrona allo specchio, dal water ai cucchiai. Ma il nuovo non nasce dal niente. La memoria del passato torna spesso ad affiorare nelle nuove proposte, con una citazione, un dettaglio, un frammento, che costruisce il postmoderno sul classico.
É questa la lezione sulla cultura dell'abitare della grande mostra «MeetDesign», che dopo la fortunata tappa romana ai Mercati di Traiano nella prima metà di ottobre si prepara alla nuova inaugurazione del 5 novembre a Torino, dove rimarrà fino al 25 gennaio 2012 nella nuova location di Palazzo Bertalazone a San Fermo.
Poltrone, lampade, posate, bicchieri, specchi, sedie, sanitari delle firme più prestigiose: da Gio Ponti a Joe Colombo, da Vico Magistretti a Massimiliano e Doriana Fuksas, da Bruno Munari a Gino Sarfatti e Antonio Citterio, solo per citarne alcuni.
«Preferisco di gran lunga - spiega in uno dei talk organizzati a Roma l'architetto Marco Romanelli, curatore della mostra "Il design italiano dal 1948" - le persone che sbagliano nel rinnovare e arredare in modo diverso la propria casa a quelle che si adeguano ad un'uniformità da rivista, costruita su canoni tutti esterni, schiava della moda, delle griffe del total look. Meglio, invece, non rinunciare mai alla propria personalità nell'arredamento».
Osare, dunque, è l'imperativo anche per chi vuole dare anche solo un tocco di nuovo ad un'abitazione già stratificata da anni e anni.
«C'è chi critica - dice l'architetto Marta Laudani- chi sceglie il pezzo di design e lo piazza in u n contesto classico. Ma io penso che si può cominciare ad apprezzare l'innovazione partendo da un oggetto piccolo. E magari quello sarà un passo che poi muoverà tutto il resto intorno».
I due designer raccontano come nasce l'idea di un nuovo oggetto , presentandone alcuni creati insieme per il mitico marchio «Driade», fondato nel 1968 dalla famiglia Astori.
L'ispirazione può venire dalla natura, quella nostra del Mediterraneo o quella tanto amata dai designr del Nord Europa. E allora vasi, ciotole e bicchieri di vetro possono avere sul fondo come sassi levigati dal mare o cubetti di ghiaccio che si sciolgono. O un oggetto per la casa può nascere seguendo le linee dell'affascinante geometria del diamante.
Poi ci sono i gesti della gente, quelli quotidiani, che una poltrona può accompagnare, che uno specchio può riflettere in modo diverso o una brocca modificare.
E c'è la memoria, sempre affiorante, ma tutta da reinventare. Come nella poltroncina «Lisa», piccola come la classica «nonnina» delle classiche camere da letto, ma di linea ultramoderna.
«Un giorno- racconta Romanelli- Enrico Astori ci chiese di disegnare l'ennesimo candelabro. Lo voleva barocco, ma volevamo fare qualcosa di particolare. Andammo ad indagare, a studiare. Pensammo all'architetto austriaco Johann von Erlach e al suo tardo-barocco. E l'ispirazione venne dal disegno di alcune cancellate, che stilizzate diventarono la base piatta di un candeliere raso terra, che si alzava per la sola altezza delle candele. In questo modo, pensammo, si evitava il solito oggetto alto che copre la visuale quando si mangia attorno al tavolo e, fatalmente, finisce messo da parte».
Creazioni, dunque, che nascono dalla vita nelle case, da un'analisi comportamentale.
Altra scelta originale, perfetta durante le celebrazioni dell'Unità d'Italia e nata dall'osservazione di souvenir «kitsch» tanto diffusi, quella della candela a forma dello stivale. Gli stoppini indicano le principali città, in modo che si possano accendere magari solo quelle del cuore.
E poi il bellissimo tappeto «Sherazade», fatto di un collage di motivi diversi, come una storia del frammento, come quelle inventate nelle «Mille e una notte» dall'eroina per salvarsi la vita. I motivi classici derivavano dalla natura e dalla storia, come le combinazioni floreali e la decorazione geometrica di gusto orientale, ma il disegno complessivo è originale, con quel suo interrompere la composizione ornamentale senza motivo apparente , con una poetica casualità.
«Dalla rosa vittoriana dei più classici servizi inglesi - racconta Marta Laudani- è nato il nostro servizio di piatti "Elisabeth". Dovevamo mettercela, come ci era stato chiesto, ma non volevamo farlo in modo banale. E allora abbiamo scomposto il disegno in frammenti, così che su ognuno dei piatti ci fosse solo un dettaglio e che poi, composti uno sull'altro, riproducessero l'intera immagine».
Adesso che per disegnare si usa non più la matita ma il computer quanto è cambiato questo lavoro creativo?
«Parliamo - dice Romanelli- del mestiere più bello del mondo e ogni generazuione trova il suo modo di fare il progettista. Io ho cominciato come urbanista e ho seguito un maestro come Gio Ponti, ma i percorsi possono essere molto diversi».
E Marta Laudani : «Non ho la tentazione di tornare alla matita, quando disegno ho bisoghno di visualizzare in tridimensionale l'oggetto. Le tecnologie indicano un percorso inevitabile e, sul fronte delle comunicazioni, offrono grandi opportunità. Oggi è possibile ad un designer italiano lavorare insieme, da un continente all'altro, ad un architetto indiano o americano, rimanendo a casa propria. Si aprono scenari una volta inimmaginabili, che piacerebbe anche a me vivere».