Si vince la cecità curando la macula

Avanzano le cure per la degenerazione maculare neovascolare legata all’età. Una patologia che porta alla cecità molti anziani. Trattamenti biotecnologici innovativi, ai quali oggi tutti i cittadini possono accedere, nel 95 per cento dei casi, bloccano infatti la progressione della malattia.
Nel mondo la degenerazione maculare legata all’età è responsabile ogni anno della perdita della vista di quasi 500mila persone. Circa un milione sono gli italiani che soffrono dei primi sintomi e 260mila quelli colpiti dalla forma neovascolare, la più aggressiva. Ventimila i nuovi casi all’anno. I numeri sono destinati a crescere. Esiste una strettissima correlazione tra l’avanzare dell’età e il suo sviluppo. «Di solito la malattia si manifesta dopo i 50 anni», afferma il professor Claudio Azzolini, direttore della clinica oculistica dell’università dell’Insubria di Varese. «Con l’aumento dell’aspettativa di vita si prevede addirittura che la degenerazione maculare triplichi il numero dei casi nei prossimi 25 anni». Sono previsioni allarmanti.
La malattia provoca un deterioramento progressivo della macula, la parte più centrale della retina, necessaria per una visione chiara e distinta. Le conseguenze più pesanti alla vista si hanno però quando si viene colpiti dalla forma neovascolare o essudativa o umida. «In questo caso la malattia è causata dalla formazione di neovasi anomali che crescono, laddove non dovrebbero crescere, distruggendo la parte centrale della retina, vale a dire la macula. Questa viene progressivamente invasa da vasi, emorragie ed essudati e quindi poco a poco la visione si riduce. Il paziente - spiega il professor Azzolini - vede forme distorte fino a visualizzare una vera e propria macchia centrale nel punto in cui fissa, ma conserva invece la visione laterale. Ed è chiaro che l’autonomia nello svolgimento anche delle più semplici attività quotidiane, come la lettura o la guida, in questi pazienti è seriamente compromessa».
Terapie innovative permettono oggi di intervenire ed arrestare il processo della formazione dei neovasi, rispettando la retina sana. Tra queste ranibizumab, anticorpo monoclonale di Novartis, sviluppato per uso oftalmico in collaborazione con la californiana Genentech, è disponibile dal 2007 ed ora è a carico per le forme neovascolari del Servizio sanitario nazionale nelle strutture ospedaliere. Ha ottenuto la rimborsabilità secondo un modello applicato per la prima volta in campo oftalmico (payment by results) che prevede il monitoraggio dell’intero percorso terapeutico, dalla diagnosi al trattamento e alla valutazione dei risultati ottenuti, al fine di assicurare l’appropriatezza prescrittiva e la sostenibilità economica.
La molecola di Novartis, già raccomandata dal National institute for clinical excellence (Nice), l’ente britannico che esamina il costo-beneficio dei farmaci, vanta un ampio programma di studi clinici (oltre 7.500 pazienti arruolati). I risultati emersi hanno dimostrato che circa il 95 per cento dei pazienti ha mantenuto la propria funzionalità visiva e in oltre un terzo dei casi è stato possibile ottenere un miglioramento dell’acuità visiva pari ad almeno 15 lettere. Risultati che incidono in modo significativo anche sul recupero dell’autonomia nello svolgimento delle attività di vita quotidiana.
«La disponibilità gratuita anche in Italia di questa terapia è un passo avanti importante nella cura della degenerazione maculare neovascolare legata all’età», sottolinea il professore Azzolini. «Molti pazienti prima si rivolgevano anche all’estero per curarsi con questi farmaci. I trattamenti precedenti permettevano solo di rallentare la progressione della malattia. Oggi molecole come ranibizumab, somministrate sulla macula con un’iniezione intraoculare, permettono un blocco della malattia e danno spesso una acuità visiva migliore nel tempo. Per il futuro si stanno studiando composti sempre più efficaci, da poter addirittura inserire dentro la macula, con della microchirurgia altamente sofisticata». Ranibizumab viene somministrato al paziente in ambiente ospedaliero una volta al mese per i primi tre mesi. In seguito, dopo controlli mensili, se la vista peggiora si somministrano altre iniezione. Geni e invecchiamento dell’occhio a parte, la degenerazione maculare si può, almeno in parte, prevenire? «Per la profilassi - dice Claudio Azzolini - si è visto da importanti studi clinici internazionali, che conviene sempre ridurre o smettere di fumare, combattere l’ipertensione, mantenere sotto controllo il colesterolo e trigliceridi, seguire una dieta equilibrata con alimentazione ricca di frutta e verdura. Sembra che anche gli integratori con sali minerali, luteina e vitamina A,C ed E possano aiutare nel prevenire questa malattia. Inoltre i pazienti, oltre a sottoporsi a regolari controlli medici, devono proteggere gli occhi dai raggi ultravioletti con lenti adeguate».