Sigfrido e Tristano, due miti nordici in chiave romanzata

Laura Mancinelli pubblica «Due storie d'amore», un'appassionante rievocazione di personaggi epici della letteratura medioevale cortese. La passione per Crimilde e Isotta da parte dei due eroi cortesi trascina con se invidia, gelosie, delitti e tradimenti

Due miti della letteratura cortese, rivisti e rivisitati in chiave moderna, con una trattazione da romanzo breve sono gli ingredienti di «Due storie d'amore» (Einaudi, pp. 190, 13 euro) in libreria da qualche mese per mano di Laura Mancinelli, apprezzata germanista e già autrice di narrativa. Specularmente diviso in due parti, di quasi equivalente estensione, vengono ricordate le epiche gesta di Sigfrido e del suo contrastato e tragico amore per la bellissima Crimilde, principessa del regno burgundo, e l'altrettanto controverso amore di Tristano e Isotta che ha invece radice anglosassone e ricorda lo scontro fra gli irlandesi e gli abitanti della Cornovaglia che, una volta sconfitti, dovettero versare un tributo umano di dodici fanciulli e altrettante fanciulle ogni quattro anni al loro conquistatore. Inutile ricordare che gli adolescenti partivano per non fare più ritorno e che solo Tristano avrebbe affrancato il suo regno da questa schiavitù. Nonostante il gesto eroico, Tristano rimase vittima delle invidie sotterranee e radicate nella corte del re - suo zio - fino a farlo allontanare e poi soccombere definitivamente.
Un alone di morte e tragedie che pervade anche la vicenda di Sigfrido, magnifico e leale combattente che per amore si offre al regno burgundo, per conquistare il cuore della bella Crimilde che arde per lui. La sciagura tuttavia è in agguato per merito di vassalli falsi e traditori che riescono a seminare zizzania fra gli amanti (in senso letterario, s'intende) e precipitare gli avvenimenti portando tutti a subitanea morte. Nessuno infatti si salva all'ira funesta di Crimilde che, dopo essersi vendicata dei cospiratori ai danni dell'amato Sigfrido, uccide anche se stessa.
Amore, morte, invidia, intelligenza, furbizia, crudeltà, odio e tragedia sono gli ingredienti comuni a entrambi i miti, passati alla gloria della letteratura con versioni coincidenti a quelle della Mancinelli, ma in qualche caso anche fortemente difformi. Come si sa, la letteratura cortese annovera numerose varianti dei propri stessi racconti epici che celebrano re e condottieri, splendide principesse, magnifici gesti di lealtà e correttezza insieme alle nefandezze più abiette dei cortigiani in perenne ricerca dei favori del potente, pur di accaparrarsi un prestigio altrimenti irraggiungibile. Per questo, approssimandosi alla lettura, si potranno trovare differenze - non sempre sostanziali - che tuttavia non cambiano l'essenza del mito. L'autrice le ricorda in una postilla che puntualizza e spiega i motivi delle scelte di contenuto. Si pensi, ad esempio, alla difformità del nome della principessa amata da Sigfrido, quella Crimilde, rivale della perfida Brunilde che in taluni testi si trovano a ruoli scambiati con la prima emblema di crudeltà e la seconda colma di virtù e bontà. D'altra parte nella favola di Biancaneve la strega non era forse Grimilde...