La sinistra cancella il diritto alla difesa

È la miniriforma delle pie illusioni, dei roboanti annunci di apparenti novità, del degrado ulteriore delle garanzie processuali. C’è, anzitutto, una contraddizione nel disegno di legge licenziato oggi dal Consiglio dei ministri per iniziativa del Guardasigilli. La foga di abolire le numerose riforme del governo Berlusconi ha giocato un brutto scherzo. Da una parte si proclama che un processo non può durare più di cinque anni e da un’altra parte si reintroduce la prescrizione anche ultraventennale, mentre è evidente che proprio i termini ridotti dalla «ex Cirielli» garantivano l’abbreviazione dei tempi processuali.
Ma questa è solo una finezza perché, a proposito di ragionevole durata dei processi e del miraggio dei cinque anni per lo svolgimento di tutti i gradi di giudizio, non solo non sono previste sanzioni per il caso di durata più lunga, ma il «principio» è corredato di una deroga che la dice tutta sul demagogismo del provvedimento: il termine dei cinque anni non vale se si tratta di «processi di particolare complessità». Quale processo non si presta ad un giudizio di complessità? Anche di fronte a delitti non eccessivamente gravi, ci vorrà poco a metterci il timbro della «particolare complessità».
Le stesse osservazioni critiche debbono essere formulate con riferimento alla previsione della così detta «udienza di programma» cioè della prima udienza dibattimentale nella quale si dovrebbero stabilire le prove da raccogliere e le date delle successive udienze. Non c’è nessuna sanzione, anche qui, se la programmazione non si facesse e soprattutto se non la si osservasse. E non può che essere così perché i processi penali non sono una catena di montaggio o meccanismi influenzabili dalla managerialità. Sono cose, queste, che non vanno d’accordo con i problemi della elaborazione probatoria e con il travaglio del giudizio. Non solo, ma la prima udienza dibattimentale di programmazione non deve far dimenticare la grande bolgia delle indagini preliminari dove, nonostante l’attuale esistenza di termini precisi, a dimostrazione della loro incompatibilità con la logica giudiziale, ogni baluardo risulta sforato, nella stragrande maggioranza dei casi, non per colpa dei magistrati, ma per la forza delle cose.
Una serie di interventi di questo disegno di legge, poi, si traduce in un grave pregiudizio per il cittadino. Il governo ritiene che il diritto di proprietà sia un optional nel nostro ordinamento, dimenticando che si tratta di una prerogativa ad ognuno di noi garantita dalla Costituzione. Questa maggioranza, invece, abolisce per tutti i sequestro di beni, il controllo di legittimità della Cassazione. Già si tratta di misure in cui l’abuso è quasi autorizzato dalle leggi vigenti, ma lasciare una così pericolosa mano libera ai giudici di merito significa veramente svuotare di garanzia possesso e proprietà, dalle piccole cose ai grandi complessi immobiliari e societari.
Persino in materia di diritti della persona si è inteso circoscrivere il campo della inutilizzabilità delle prove raccolte con violazione della legge, a meno che si tratti delle libertà costituzionalmente protette. Tanto per parlare di cose attuali, qualsiasi violazione della privacy consumata per raccogliere prove, poiché si tratta di un diritto non garantito dalla Costituzione, non renderà nulle le prove. Il cerchio si chiude con la sostanziale vanificazione del ricorso per Cassazione, obiettivo di sempre della magistratura di merito. Non solo un elementare diritto di autodifesa, come quello dell’imputato di farsi il ricorso da solo riconosciuto per il suo rilievo costituzionale, è stato abolito, obbligando così il cittadino a rivolgersi all’avvocato, dal quale non andrà se non ha soldi, ma si vorrebbe che in caso di sentenza di condanna di primo e di secondo grado, si sospendessero i termini di prescrizione, scoraggiando così una garanzia costituzionale tra le più significative per uno Stato di diritto.
Anche quando il disegno di legge affronta questioni condivisibili, cade nell’insidia della vanificazione di quel che di buono può aver detto un attimo prima. Mi riferisco alla abolizione dei processi in contumacia, di quei processi cioè che si celebrano oggi senza che l’imputato ne sappia nulla, disciplina più volte condannata dalla giustizia europea. Non è una abolizione quella che prevede eccezioni «in ragione del numero e della gravità dei reati contestati ovvero del numero delle persone offese o dei testimoni». Quando mai un cittadino potrà far valere il diritto a partecipare al suo processo posto che, quanto più grave è il processo, tanto più sarà processabile senza che lo sappia?
C’è poi, il contentino per i magistrati che violano le regole di competenza, che, cioè, si appropriano dei processi che dovrebbero fare altri magistrati, come è accaduto per la nota «vicenda Previti». Lo sbarramento previsto da questa «riforma», farà divenire un gioco da ragazzi il non far emergere circostanze di fatto che escludano la competenza del magistrato che procede e farle comparire dopo che la questione non potrà più essere fatta valere. In un contesto così negativo resta poca cosa la introduzione dell’istituto della «messa in prova», che permette di non fare il processo per piccoli reati a determinate condizioni riparatorie, perché l’errore ottico che attanaglia l’iniziativa del Guardasigilli è di aver scambiato l’esigenza di riforme di sistema per garantire la ragionevole durata dei processi, con un intervento di tipo burocratico e per molti versi liberticida.