La sinistra continua a idolatrare Napoleone

Sono un lettore da moltissimi anni del Giornale e stimo profondamente sia lei che Mario Cervi. Rispondendo a una lettera, lei affermava di essere in totale sintonia con Cervi, ma per quanto riguarda Napoleone si trovava in disaccordo. Sono un pensionato e vivo in provincia di Arezzo, a Cavriglia, e non so se è al corrente di cosa sono capaci i compagnucci. Dopo anni di potere assoluto al Comune di Arezzo, il centrodestra, con il sindaco Luccherini, riuscì a espugnare la roccaforte aretina e fra le tante innovazioni, l’amministrazione si ricordò dei partigiani aretini morti per contrastare gli invasori francesi e a loro dedicò una piccola piazza. Cambiato di nuovo colore politico, una delle primissime delibere fu di togliere quella targa dalla piazza. Non mi ero mai interessato di Napoleone e della sua discesa in Toscana, allora ho cercato di documentarmi, ma non sono riuscito a capire come mai i compagni di Arezzo non vogliono che dopo 200 anni siano ricordati i partigiani di allora.



I compagni sono fatti così, caro Torrini. Cancellano o nascondono - anche nei simboli, anche nelle lapidi - quei capitoli della Storia che discordando dalla vulgata, ovvero dalla Storia come la vorrebbero loro e non come è, e sono ritenuti «sbagliati». Uno di questi capitoli riguarda le insorgenze, la rivolta popolare (e sottolineo popolare) a Napoleone e alla esportazione, sulla cima delle baionette dell’armata rivoluzionaria, del giacobinismo. Fino a qualche tempo fa quei moti popolari (e sottolineo popolari) erano un argomento tabù. Nei libri di storia, e non semplicemente in quelli scolastici, le insorgenze venivano omesse o, nel migliore dei casi, trattate di straforo, magari con una nota («cacchette di mosca», le chiamava Benedetto Croce) a pie’ pagina. Ora le cose sono cambiate e fior di storici (più volte citati e omaggiati in questo «Angolo») hanno prodotto studi approfonditi sull’argomento. Studi che naturalmente i compagni capatosta, quelli aretini capatostissima, o ignorano seguitando a crogiolarsi nella loro crassa ignoranza o liquidano come basso e politicamente scorretto revisionismo. Quei fessi.
È sorprendente l’adesione cieca e assoluta al napoleonismo da parte dell’intellighenzia italica. In nessun’altra nazione europea Napoleone riscosse, tra le élite intellettuali, tanto consenso, anche postumo, come dalle nostre parti. Ora non dico l’Inghilterra, dove il nostro «babau», l’orco cattivo dei bambini, è detto «booney», da Bonaparte. Ma in Spagna l’insorgenza antinapoleonica è ricordata - anche nei libri di storia, beninteso - come una delle pagine del patriottismo popolare (e alla quale Goya dedicò un quadro stupendo, il «Tres de mayo», oggi esposto al Prado). Noi, al contrario, a Napoleone abbiamo eletto archi trionfali (ancora in loco), fori e monumenti. Avendo cura di togliere, come è accaduto ad Arezzo, le rare, modeste, quasi clandestine lapidi che ricordavano invece l’eroismo degli insorgenti. E sì che Napoleone portò la guerra, la coscrizione obbligatoria e razzie che fecero impallidire quelle di Attila, dandoci in cambio staterelli giacobini dei quali Bonaparte o i suoi cari si incoronavano re. Dandoci in cambio il culto pagano dell’Albero della libertà per farci i girotondi, il feroce e sguaiato anticlericalismo e l’ipocrisia della tirannide mascherata nei panni dell’egualitarismo. Ma probabilmente è proprio per questi motivi che la sinistra seguita a idolatrare il nano di Ajaccio e a infliggere una damnatio memoriae a quei molti che vi si opposero mettendo in gioco la propria vita.
Paolo Granzotto