La sinistra invoca la cultura ma la violenza non sa leggere

Ruggero Guarini

Ma quale esercito: qui ci vuole più cultura. È questo il ritornello che a Napoli le meglio teste della sinistra locale hanno incominciato a solfeggiare non appena è spuntata l’idea che per fronteggiare l’emergenza criminale che un giorno sì e l’altro pure sta insanguinando la loro città siano ormai necessari i soldati. Come se il grande pallino della sinistra napoletana non fosse sempre stato proprio la cultura. E da quando ha conquistato il potere locale, anzi da quando esiste, essa abbia mai fatto qualcosa di diverso dal parlare e straparlare senza posa di cultura. E occuparsi di cultura, chiacchierare di cultura, corteggiare la cultura, celebrare la cultura, soprattutto controllare e organizzare la cultura, non fosse insomma da sempre la sua principale attività.
Ma qual è mai la cultura che secondo le meglio teste della sinistra napoletana dovrebbe e potrebbe risolvere la piaga della violenza? Naturalmente è la «loro» cultura, che esse contrappongono, ovviamente, alla cultura del crimine. E in quali modi, attraverso quali iniziative, con quali programmi e progetti la «loro» cultura potrebbe riuscire a battere quella del crimine? Mentre sull’argomento attendiamo ansiosi qualche ragguaglio ufficiale, formuliamo tre umili proposte.
Ci si affretti in primo luogo a migliorare il livello culturale dei giovani domiciliati in tutte le aree cittadine in cui la cultura del crimine ha messo radici più o meno profonde (dai quartieri Spagnoli a Forcella, da Scampia a Castellammare di Stabia, dall’Arenella al Porto) provvedendo a una massiccia distribuzione gratuita delle opere di tutti gli autori che hanno dato lustro alla città, da Basile a Croce, da Vincenzo Cuoco a Salvatore di Giacomo, da La Capria a Erri de Luca, dalla Serao a Mimì Rea, dalla Ortese alla Rasy.
Ci si accinga, in secondo luogo, ad affrontare la ricostruzione della storia del potente contributo che la cultura della sinistra napoletana ha dato alla conoscenza e all’analisi di quasi ogni aspetto del grande enigma sociale, psicologico e morale che è costituito dall’anima del popolo napoletano, mediante un nutrito programma di convegni, tavole rotonde, conferenze, dibattiti e seminari coraggiosamente aperti alla partecipazione di folte rappresentanze dei ceti più esposti all’influsso della cultura del crimine, e dunque soprattutto della parte più derelitta della plebe cittadina, della quale si dice che non veda l’ora che il mistero della sua psiche venga svelato e dissolto dal potere rischiaratore della cultura degli ultimi illuministi locali.
Ci si prepari infine a organizzare, nei luoghi più a rischio della città, dei corsi accelerati di educazione artistica onde permettere al governatore della Campania, Antonio Bassolino, del quale tutti a Napoli conoscono e apprezzano lo straordinario interesse per l’arte contemporanea, di spiegare a vasti sciami di ragazzini presumibilmente votati allo spaccio e allo scippo il significato delle opere di tutte quelle star delle più apprezzate neoavanguardie indigene e forestiere che egli non cessa da anni di rilanciare, a spese del contribuente, sulla scena della città.
Un semplice sforzo, compagni, nella direzione indicata da queste modeste proposte, e la curva del crimine, a Napoli, dai picchi segnati in questi giorni scenderà ai minimi storici.
guarini@virgilio.it