A sinistra niente di nuovo tranne il nome

Ruggero Guarini

Si farà o non si farà? Parlo naturalmente del famoso “Partito Democratico” che dovrebbe nascere dalle nozze della Quercia con la Margherita. E che dovrebbe permettere agli orfani del Pci di uscire dal limbo del post-comunismo accettando di compiere finalmente quel passo che finora non si sono mai decisi a fare: la loro trasformazione in puri e schietti socialdemocratici.
Beh, sia che queste nozze si facciano (come potrebbe accadere per pure ragioni di tattica elettorale, legate al bisogno dei vari frammenti della nostra sinistra di compattarsi intorno al solo fattore che li tiene uniti: l’anti berlusconismo), sia che non si facciano (come potrebbe accadere per l’ovvio motivo che quel fattore, se basta a produrre una coalizione, non è sufficiente a generare un partito), niente in realtà cambierebbe. E questo per la semplice ragione che i due promessi sposi (querciaioli e margheritari), sia che pervengano al vagheggiato connubio, sia che al contrario decidano di restare semplici fidanzati o concubini a vita, continuerebbero a scodellare imperterriti la stessa minestra ideologica prevista dalle loro rispettive tradizioni culturali: la famosa ribollita cattocomunista che viene oggi ammannita in tutte le mense più apprezzate del Paese: scuola, università, mass-media, editoria, spettacolo – e ogni altro possibile organismo, istituzione o ente addetto alla gestione del “discorso culturale”.
Del resto il successo di questa zuppa non viene più assicurato soltanto dal potere dell’immensa rete organizzativa e burocratica in cui si articola l’azione esplicita e programmatica della sinistra post e cattocomunista nei vari campi della cultura. Nossignori. Viene assicurato dalla lingua che ormai parlano un po’ tutti. E che è, spesso senza che chi la parla se ne renda conto, una lingua di origine comunista. Sicché si può dire che chi la parla, più che parlarla, ne sia parlato. Oggi insomma il maggior successo culturale della sinistra consiste nel fatto che gli avanzi della sua ideologia sono ormai diventati luoghi comuni diffusi e condivisi più o meno da tutti. Tanto che forse non è esagerato affermare che alla morte del comunismo è seguito il trionfo del luogocomunismo. Da dove proviene, per esempio, l’idea balorda che la causa della povertà dei poveri sia la ricchezza dei ricchi? O la convinzione altrettanto cretina che lo scopo del capitalismo sia l’oppressione e l’impoverimento delle classi e dei popoli che sfrutta? O l’ossessione antiamericana? O il pallino della pace senza se e senza ma? O la tesi secondo la quale il terrorismo islamico sarebbe una reazione legittima all’arroganza dell’Occidente? O quella suprema bestialità morale, presupposto della negazione dello stesso concetto di “responsabilità”, che è l’idea che “a monte” di qualsiasi crimine, anche del più efferato e abominevole, vi sia sempre un qualche fattore (economico, sociale, politico) che lo giustifica?
Tutta questa spazzatura proviene dalle discariche di un comunismo che, benché sconfitto clamorosamente, riesce tuttora, senza che il vasto popolo dei suoi circonvenuti nemmeno lo capisca e se ne avveda, a esercitare un’egemonia basata sul riciclaggio perpetuo del suo pattume ideologico. Sicché è vano sperare che a liberarcene possa riuscirci un nuovo soggetto politico partorito dalle medesime forze che di esso si nutrono da sempre.
guarini.r@virgilio.it