Lo smemorato di Collegno adesso è russo. Si chiama Popov e nessuno gli crede

Faceva il soldato, è tornato dopo 10 anni da una guerra mai combattuta, prima di riuscire a fuggire giura di essere stato ridotto in schiavitù dai ribelli del Daghestan e nemmeno sua mamma lo riconosce più. Ma per la polizia invece è solo un disertore. Che ora cerca di fare il furbo

Quando è riapparso, secco come uno stelo e invecchiato, la madre prima quasi non l'ha riconosciuto, poi è svenuta. Lo credeva morto e gli è apparso dopo dieci anni d'assenza con una storia incredibile da raccontare.

Alla storia del soldato Andrei Popov, tenuto per dieci anni come schiavo in una fabbrica di mattoni nel Daghestan, la mamma ha creduto. Non altrettanto la polizia russa, che non s'è commossa l'ha arrestato per diserzione. La strana storia del soldato Popov è stata raccontata da Radio Free Europe/Radio Liberty.

«Mia madre non mi aveva neanche riconosciuto», ha raccontato Andrei. «Io e mio fratello minore non siamo riusciti a malapena a tenerla: è svenuta. Mio fratello, mia sorella, mia madre, tutti hanno detto di avermi sepolto due volte». Tutto questo accadeva il 18 agosto. «Quel giorno mia madre mi ha chiamata, mi ha detto che Andryusha era tornato. Non ci potevo credere. All'inizio la mamma non riusciva a dire una parola, si stava riprendendo dallo chock. Poi mi ha detto che era magro, che aveva perso un sacco di peso e che i suoi occhi erano incavati. Sembrava 10 anni più vecchio della sua età», racconta la sorella Olga Popova, come a dire che, certo, non era sparito per prendersi una vacanza.

A quel punto, Olga s'è precipitata a casa, ma Andrei già non c'era più. A prelevarlo era arrivata la polizia di Ershov, la sua città, per arrestarlo. Contro di lui, infatti, nel 2000 era stato spiccato un ordine di cattura per diserzione. La procura militare - dice Rfe/Rl - sta ora indagando sul caso, cercando di stabilire chi è il soldato Popov: un poveraccio che ha vissuto la trame del «Prigioniero del Caucaso» di Tolstoj o un furbastro? Due cose, secondo la radio, sono certe. Il 5 gennaio 2000 è stato distaccato nel genio costruzioni di Saratov. Il 30 settembre 2000 è stato inviato presso un cantiere, dove però non s'è mai presentato. Dopo un mese, il suo comandante l'ha dichiarato disertore. E invece, a suo dire, il soldato Popov era stato rapito da un gruppo armato di ribelli, portato in una fabbrica di mattoni del Daghestan, l'instabile repubblica del nord Caucaso russo, e usato come schiavo. «Alle cinque ci svegliavano, alle sei eravamo già al lavoro. Durante l'estate finivamo alle 22, e lavoravamo duro. Il cibo ovviamente non era come a casa. Anzi, non lo si può paragonare neanche a quello che ci davano nell'esercito», ha raccontato Andrei. Con lui, ha detto ancora, lavoravano diversi soldati russi rapiti e vessati in ogni modo. Dai suoi aguzzini, il soldato ha tentato per due volte di scappare senza riuscirci. Solo alla terza ce l'ha fatta.

La sua storia, però, presenta dei buchi. Per esempio, ci si chiede perché non si sia immediatamente diretto in un posto di polizia. D'altronde, è anche vero che quella di Popov non è la prima storia di questo tipo. Ad aprile la polizia ha liberato un soldato rapito nel 2003 e tenuto in Daghestan per otto anni. Nel 2009 un altro soldato, Anton Kuznetsov, è riapparso dopo 5 anni, sostenendo di essere stato schiavizzato dai suoi stessi ufficiali e messo a lavorare in una fabbrica di mattoni in Daghestan. Ma la procura militare non gli ha creduto. Che fosse invece lo smemorato di Collegno?