Smettere di fumare si può, il 48% ci riesce

Oggi 31 maggio si celebra la Giornata mondiale senza tabacco. Ma quanto è realmente difficile smettere di fumare ai giorni nostri? Tra ambulatori pubblici e centri privati, tra medici e «stregoni», tra terapia e sperimentazione, bisogna prima di tutto sapersi orientare. Procediamo, dunque, con ordine, iniziando dai centri specializzati presenti nelle strutture ospedaliere. Per accedere al servizio è sufficiente una telefonata. Poi una visita medica, seguita da un test che valuta il grado di dipendenza da nicotina. Quanto al trattamento, questo prevede di norma una terapia psicologica - che può essere individuale o di gruppo - coadiuvata se necessario da un supporto di tipo farmacologico. «Trattiamo in media 200 pazienti l’anno», tira le somme il dottor Vincenzo Cilenti, a capo dell’ambulatorio antifumo del Regina Elena, uno dei tanti disponibili nella capitale. Numeri analoghi a quelli del centro del Policlinico Umberto I del professor Enea, attivo dal 2000.
E i risultati sono incoraggianti. «A un anno di distanza dall’inizio della terapia la percentuale di successi è pari al 32 per cento», afferma lo pneumologo del Regina Elena. Meglio ancora il centro antifumo del Policlinico Umberto I, dove ci si aggira intorno al 48 per cento. Tutti dati, tengono a precisare i medici interpellati, comprovati scientificamente. Passato un anno l’assistito si sottopone, infatti, a un test che determina la quantità di monossido di carbonio presente nei polmoni in modo da stabilire con sicurezza se ha effettivamente smesso di fumare. Quanto ai costi da sostenere, questi sono suscettibili di variare in base al centro al quale ci si rivolge. Al Regina Elena, per esempio, è sufficiente pagare il ticket. Al Policlinico è richiesta una quota partecipativa di cento euro. Molto meno, in ogni caso, della somma che solitamente bisogna sborsare nei centri privati.
Aiutare le persone a dire no alle sigarette è diventato un business vero e proprio. Dalla pranoterapia all’ipnosi, sono tanti i metodi che fanno leva sulla cosiddetta componente emotiva. La maggior parte dei quali, tuttavia, non poggia su basi scientifiche: «Per questo - dice il professor Enea - in alcuni casi sarebbe meglio usare il termine ricerca, anziché terapia». La parcella, ciò nonostante, può essere assai salata. Chi tenta la strada dell’ipnosi, giusto per fare un esempio, paga anche 130 euro a seduta, per un massimo di 5 sedute. Tra i sistemi alternativi più di moda merita poi una menzione a parte il metodo «Easyway», che prende spunto dal fortunato bestseller di Allen Carr intitolato «È facile smettere di fumare se sai come farlo». Un successo tale, il suo, che dopo il libro è uscito perfino un videogioco, sempre col medesimo intento. «Ogni mese teniamo un paio di seminari nella capitale», fanno sapere dalla sede principale di Easyway a Milano. Costo complessivo: 360 euro. Soddisfatti o rimborsati. Un refrain che nei centri privati va per la maggiore.
La strada da fare, comunque sia, è ancora molta. «Manca un adeguato sistema di accreditamento dei centri antifumo», osserva Vincenzo Cilenti. «Il piano sanitario regionale non ha previsto nemmeno un euro per la lotta al tabagismo», incrocia le braccia il professor Enea. Fra la gente, infine, non ci sarebbe sufficiente consapevolezza. Chi opera nel settore dice che le richieste di aiuto fanno registrare un picco tutte le volte che c’è una campagna antifumo.