Snob e opportunisti. Quelli che "sopravvivono" grazie a Dante Virgili

Torna il secondo romanzo dell'autore filonazista. Con prefazione incendiaria sul mondo editoriale

Destino curioso, per uno che non credeva nel destino, né in nulla. Dante Virgili - che fu uno scrittore vero, per quanto non esistano fotografie, ma con un nome di poesia, anche se sembra uno pseudonimo - è straconosciuto da pochissimi intellettuali, categoria che odiava, e completamente anonimo per la massa dei lettori, che comunque disprezzava. I primi sono stufi di parlarne, o vorrebbero parlarne soltanto loro. I secondi devono ancora sentirne parlare, e iniziare a leggerlo.

Fantasma letterario di cui non esistono immagini. Autore negli anni Sessanta di romanzi western per ragazzi sotto pseudonimo (Dean Blackmoore: si trovano su ebay anche per cinque euro). Oscuro riduttore di classici a uso degli studenti negli anni Settanta (Mark Twain, Charles Dickens, Gogol, Louisa May Alcott...). Un'esistenza buttata via cercando di sopravvivere a un mondo - quello uscito vincitore dalla Seconda guerra mondiale, l'Europa della pace e della democrazia - che se avesse potuto, avrebbe fatto esplodere. E poi, a un certo punto, scrittore, stizzito e osteggiato, che riversa il proprio filonazismo nichilista e la propria asocialità patologica in due romanzi maledetti. Il primo è La distruzione: storia, in lode di Hitler, di un ex interprete delle Ss in Italia, correttore di bozze in un giornale, il quale sogna la rivincita del Terzo Reich e la fine del mondo. Anticipato in parte sulla rivista Il Bimestre nel 1969 e poi uscito nel '70 da Mondadori, rimase quasi sconosciuto fino al 2003 quando lo ristampò la casa editrice Pequod di Marco Monina. Il secondo è Metodo della sopravvivenza: pubblicato postumo sempre da Pequod nel 2008. Ma mancano ancora due gironi infernali nel viaggio terreno di Dante Virgili.

Prima, suo malgrado e anche a suo scorno, è stato un autore riscoperto da una setta di intellettuali illuminati. Come Antonio Franchini, che al Virgili uomo e scrittore nel 2003 dedicò il libro Cronaca della fine (Marsilio). Come Ferruccio Parazzoli, suo esecutore testamentario, che lo conobbe in Mondadori, il quale poi assieme a Giuseppe Genna e Michele Monina ne ha fatto l'antieroe del romanzo a più mani I demoni, sempre Pequod, sempre 2003. Come il regista Simone Scafidi che ha girato il documentario Appunti per la distruzione. Come lo stesso Roberto Saviano che nel 2003 dedicò un lungo articolo al «caso Virgili» sulla rivista Pulp, poi rielaborato per Nazione indiana l'anno dopo, poi riutilizzato per la prefazione all'edizione Saggiatore 2016 della Distruzione, poi ritoccato per un articolo pochi mesi fa su Repubblica... quando il marketing abusa delle icone... Infine, Dante Virgili è diventato un autore se non pop, e se non di culto (stiamo sempre parlando di uno scrittore nazisticheggiante), almeno sdoganato dai giornali e dall'industria culturale. Che a lui faceva schifo, come tutto il resto.

Comunque, periodicamente, sporadicamente, il mondo dei giornali e dell'editoria - un mondo marcio, avrebbe detto lui - torna a occuparsi del demoniaco, sulfureo, illeggibile Dante Virgili, della cui esistenza alcuni persino dubitano, o almeno dubitano che i romanzi-maledetti fossero davvero suoi (per i complottisti sarebbero stati scritti a tavolino dai vecchi amici mondadoriani...), e che invece nacque a Bologna nel 1928 e morì a Milano (ma si è perso il certificato di morte) un certo giorno del 1992. Se ne parlò nel marzo dello scorso anno quando le sue ossa, esumate al cimitero Musocco di Milano, rischiavano di finire nella fossa comune ma poi due suoi giovani lettori - Gerardo de Stefano, anarchico stirneriano ed editore irregolare, e Andrea Lombardi, céliniano e militante di CasaPound - riuscirono, tramite un appello sul web, a raccogliere i fondi necessari per un pietoso colombario (e addirittura, con il sovrappiù, a stampare per i sottoscrittori un'edizione pirata della Distruzione). E se ne ritorna a parlare oggi perché i due discepoli «virgiliani», cacciatori di spoglie erranti e giustizieri di letterati offesi, hanno scoperto che non sono gli unici a voler salvare la memoria di uno scrittore scaraventato fuori dal Novecento. E per tutti loro, ora, ripubblicano anche Metodo della sopravvivenza, ormai introvabile nelle librerie.

Bene. Prima parliamo del libro e poi della prefazione, che fa lo stato dell'arte sull'affaire Virgili.

Metodo della sopravvivenza è un non-romanzo. È un racconto - senza trama - di pensieri, annotazioni, desideri e perversioni sessuali (l'unico «metodo per sopravvivere» è affidarsi alla soddisfazione della carne) di un professore di tedesco in pensione, a Milano, durante l'estate del 1990, quella dei campionati mondiali di calcio in Italia, a cavallo tra il crollo del Muro di Berlino (novembre '89), l'entrata in vigore del Trattato sull'unione monetaria tra Repubblica democratica e Repubblica federale tedesca (luglio 1990) - proprio all'inizio del romanzo cade la frase-profetica «il marco unico è premessa all'egemonia economica tedesca» - e la riunificazione delle due Germanie (ottobre 1990). Niente di strano che il vecchio professore misantropo e rabbioso (alias Dante Virgili) schifi il calcio («il gioco più idiota che l'umanità abbia inventato», «la sfera di cuoio che scorrazzando fanatizza le masse»), e che però non riesca a fare meno di tifare, contro l'Italia, per la nazionale tedesca. E, a margine, anche per «l'amico Saddam Hussein» (il 2 agosto 1990 l'Irak lancia l'invasione del Kuwait con le sue quattro unità d'élite della Guardia repubblicana...). Insomma, vedere sventolare la bandiera della grande Germania sotto il Duomo non sarà come godere delle parate naziste di svastiche e torce, così come il «condottiero Matthäus» non è il Führer, ma in tempi di scarsa grazia, ce lo si può far bastare... E poi, la finalissima: «A un tratto un boato. Goal. Lo stadio impazzisce, sventolio di bandiere dai colori germanici, neppure ai discorsi di Hitler. Alle 22.05 la Germania viene dichiarata campione del mondo e il Deutschland uber alles mi ricorda tempi lontani. La carnevalata è finita. Schon».

Ma tutto ciò, i cultori di Dante Virgili lo sanno già.

Quello che invece si sa poco - ed eccoci alla prefazione della nuova edizione del Metodo della sopravvivenza firmata da Gerardo de Stefano - è l'utilizzo che è stato fatto del personaggio Virgili negli ultimi anni. De Stefano, che non è un accademico, né un giornalista, né un intellettuale, ma un semplice lettore di Virgili, uno che ci ha messo del suo (tempo e denaro) per salvarlo anche materialmente dalla distruzione e dall'oblio, alla fine del suo scritto tira un tremendo j'accuse (può farlo: è al di fuori da qualsiasi salotto/lobby/camarilla) contro tutto e tutti, nichilista e disperato. Contro chi ha utilizzato il nome di Virgili per pubblicizzare i propri libri o le proprie case editrici, contro chi tiene ancora nascoste lettere e racconti inediti dello scrittore-mostro, contro chi ha usato il nome di Virgili «come fosse un'anomalia letteraria invece di trattarlo da grande narratore quale è stato», contro chi vuole politicizzare la vicenda, contro chi non ha accettato il gesto pietoso di dare sepoltura ai suoi resti...

E ciò che resta, alla fine, rimane il coraggio di riprendere in mano, ancora una volta, i libri fastidiosi dell'illeggibile Dante Virgili.