«Socialismo reale», comunismo camuffato

Caro Granzotto, mi rivolgo a lei per un chiarimento: perché anche i giornalisti «non sinistri» usano il termine «socialismo reale» anziché «comunismo al potere»? Anche l’altro giorno nel bellissimo racconto della repressione di Praga veniva usato quel termine. Eppure tutti sanno che enorme differenza passa tra socialismo e comunismo.


È vero quello che lei dice, caro Lotto, e cioè che fra socialismo e comunismo comunemente intesi, fra il Labour Party e il Pcus, per capirci, ci corre un’enorme differenza. Ma vero è anche che i comunisti pretesero il monopolio del termine socialismo che solo in bocca loro aveva senso, mentre diventava qualcosa di poco più decente del fascismo in bocca ai socialisti non comunisti. Tant’è che la dizione «socialismo reale» (assieme a «socialismo realizzato» e a «socialismo esistente», che però non ebbero grande successo) fu coniata, negli anni Settanta, in qualche stanza del Cremlino.
Stava a indicare quegli Stati (tutti, Unione sovietica compresa, entro la Cortina di ferro e, più avanti, la Cuba di Fidel Castro) la cui struttura, la cui organizzazione politica e sociale si richiamava disciplinatamente ai principi del marxismo-leninismo e che si trovavano in quella fase intermedia, teorizzata da Marx, sulla via dell’immancabile, ineluttabile realizzazione del comunismo Doc, ovvero la fine dello Stato e delle classi sociali. Perché poi a Mosca s’inventarono la formula «socialismo reale» è presto detto: per soffocare sul nascere ogni velleità da parte della sinistra europea di imboccare la mitica «terza via», tracciata, così si vagheggiava, tra il plumbeo modello sovietico e la socialdemocrazia. Terza via che prese il nome di eurocomunismo, uno dei tanti mostriciattoli partoriti dai compagni.
Fanatici adoratori della falce, martello e bandiera rossa, dei simboli del comunismo, i comunisti evitarono però di chiamare comunista lo Stato dove erano al potere. Chissà, forse se ne vergognavano. Perfino la Casa madre, l’Urss, era fraudolentemente l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Stati, staterelli e sangiaccati vassalli di Mosca potevano chiamarsi Repubblica popolare, Repubblica democratica, ma mai Repubblica comunista.
«Socialismo reale» contribuì dunque ad accrescere il numero degli alias cui ricorrere per non nominarlo, il comunismo. Cosa che si poteva fare impunemente solo in quelle nazioni, l’Italia, ad esempio, dove il comunismo non era nei fatti, ma nelle chiacchiere (chiacchiere altissime, rispettabilissime eccetera) e nelle minacce (A da venì Baffone). Come vede, caro Lotto, non c’è mancanza né malizia nel definire «socialismo reale» i regimi comunisti. Aggiunga che quel «reale» abbinato a «socialismo» riporta subito alla mente la realtà, appunto, di una Ddr (Repubblica democratica, va da sé) con i suoi Ulbricht, i suoi cecchini Vopos, la Stasi, le Trabant, il Muro di Berlino. Rende dunque molto bene quella che fu la realtà del comunismo, il suo vero volto livido e poliziesco.