Società incivile, la morale doppia di Prodi

È scivolata via senza apprezzabili reazioni l’affermazione di Romano Prodi il quale, discutendosi a proposito del «caso Grillo» di cattivi costumi, di indebiti privilegi, e peggio della famosa «casta», ha obiettato che in fondo, la morale della società civile, del Paese Italia, non è poi così diversa da quella della classe politica. Una affermazione imprudente, per chi guida il governo della Repubblica, che testimonia più delle concioni di Grillo della decadenza dei costumi, e degli stessi pensieri di chi ci governa. Ho osservato e scritto per decenni sulla malfamata Prima Repubblica, e mi sento di dire che affermazioni di questo tipo da parte di esponenti autorevoli di quella classe politica sarebbero state impensabili. Penso a De Gasperi, Moro, Nenni, La Malfa. Nessuno di loro avrebbe rigettato sul popolo l’onere di responsabilità, e di guida morale, che spettano a una classe dirigente degna di questo nome.
Affermazioni come quella di Prodi hanno offerto un assist a Grillo e ai grillanti ove questi ne avessero colto il valore. Prodi è riuscito, in rapida sintesi, a confermare le malefatte della classe politica, prendendole come termine di paragone della morale dei nostri giorni. E l’insulto è stato esteso al complesso della società che una volta veniva definita civile. Usando per di più una logica che non posso se non definire cretina. Non mancano certo, fra i comuni cittadini, coloro che sarebbero disposti a profittare di ingiusti privilegi. Stando all’ultimo scandalo che ha coinvolto la «casta», non sarebbero mancati padri di famiglia disposti a profittare di case da quartieri alti ad affitti ridotti, con l’aggiunta successiva di un riscatto a prezzi stracciati. Si dà però il caso che l’accesso a questi privilegi è riservato a coloro che possono accedervi, cioè a politici, parenti e amici di politici, come tutti ben sanno.
La sparata di Prodi non ha trovato censori, tanto meno a sinistra, che fa della sua permanenza a Palazzo Chigi una questione di vita o di morte, di affrontare le elezioni subito, o rinviare a tempi migliori un appuntamento che si ha ogni ragione di temere. E non è un caso che il fustigatore Grillo, una volta eroe della sinistra, sia andato a portare la guerra civile proprio in casa loro, degli amici di un tempo. Sa, avverte, che proprio a sinistra monta di più quella delusione, quella insofferenza, quella collera della quale il Masaniello dei nostri giorni si nutre. Grillo va a pascolare, cogliendovi successi impensabili, nella rossa Bologna, replica alla Festa dell’Unità di Milano, ove si comporta come un cane in chiesa, e ben accolto.
La sinistra post-comunista, che ha ceduto con i suoi errori anche i suoi valori e il suo popolo, sopravvive in un vuoto di idee grazie alle sue burocrazie, al potere di quelli che una volta erano i rivoluzionari di professione, divenuti poi, e sempre più numerosi, i politici di professione. Una sinistra siffatta non può che assistere impotente a quella che per ora «è una slavina» ma che potrebbe diventare una valanga. Nessuno, a parte il povero Fassino, osa fare appello, per salvarsi dalle accuse e dai dileggi, alla «diversità» berlingueriana, che non è mai esistita nutrendosi come si sa di sovvenzioni di una potenza dittatoriale, per non parlare dei profitti delle grandi coop in ogni investimento pubblico.
L’ultima «fornitura di munizioni per Grillo», per usare un termine usato dalla Stampa è il tentativo di salvare da un processo tutt’altro che sicuro D’Alema accampando l’argomento che al tempo delle telefonate pro-Unipol l’attuale ministro degli Esteri era deputato a Strasburgo, che lì la Procura di Milano doveva indirizzare le sue richieste. Può darsi che la pretesa abbia qualche fondamento, ma i più vi colgono la volontà di sottrarsi al giudizio di una magistratura sulla quale il Pci e i suoi successori non hanno mai avuto dubbi o riserve. Almeno quando erano gli altri, a farne oggetto di critiche.
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