Una società in movimento

Fra gli stereotipi più diffusi e pervicaci in tema di Medioevo si trova, arcigno come una gramigna, quello per cui i suoi circa mille anni passarono tutti d’un fiato tra immobilismo sociale e povertà strutturale. Un’economia «chiusa» figlia e insieme madre d’una società «bloccata», dove ai pochissimi ricchi si contrapponevano masse infinite di poveri e poveracci, per giunta costretti in condizioni di soggezione pressoché totale. Una beata ignoranza, cullata dall’illusione di appartenere a un tempo «altro» dove le brutture dei «secoli bui» sarebbero dileguate al sorgere del sole dei tempi moderni. Un pregiudizio che non regge per più d’un motivo.
Prima di tutto, se l’Europa di oggi conta circa 450 milioni di abitanti, l’Europa medievale ne ebbe al massimo qualcosa di più di un decimo. La popolazione europea dovette infatti passare da circa 22 milioni della metà del X secolo ai circa 54 della prima metà del XIV secolo, prima cioè della grande peste. Ma se erano pochi, erano anche sfortunati? Eppure non ci si lamenta perché, oggi, saremmo in troppi? Il fatto è che, a ben leggere i dati, anche quei nostri antenati dovettero avvertire un effetto di saturazione degli spazi e delle risorse, semplicemente perché vivevano in una società e in un contesto preindustriali.
È questo infatti il secondo punto focale: se oggi almeno il 50 per cento degli europei vive in città e un altro 30 per cento si comporta come se vi risiedesse, nel Medioevo la quota di cittadini oscillò tra il 5 e il 10, con punte massime del 15. Economia e società del Medioevo devono quindi essere lette e pensate innanzitutto in un quadro rurale, all’interno del quale la città svolge un ruolo di concentrazione e sviluppo importante ma che non deve essere enfatizzato. Anche perché molte innovazioni tecniche vennero dalla campagna, non dalla città.
Altro aspetto: era «immobile» la società in un simile quadro? Sul piano del movimento in senso fisico, niente affatto. Del gran viavai che affollava le strade medievali si è già detto in relazione ai pellegrinaggi; ma l’aspetto economico di rilievo è che le strade esistevano. Parrà banale, ma molti tendono a ritenere che, con la caduta dell’Impero romano, la strada fosse sparita. Ebbene, non solo nella maggior parte dei casi essa permase - certo, in un differente contesto di responsabilità amministrative e di sicurezza - ma se ne inventarono di nuove, a cominciare dalla rete infrastrutturale (ponti, porti, approdi) legata ai grandi fiumi e alle rotte costiere. Prova lampante di questa possibilità di movimento e della connessa sicurezza rinnovata fu la diffusione capillare dei mercati e delle fiere. Giusto un esempio: nell’Inghilterra del XIII secolo la corona distribuì tremila carte di concessione di diritto di mercato. Conseguenza? Più di metà degli abitanti il suolo inglese si ritrovarono a meno di dieci chilometri (corrispondenti a circa mezza giornata di viaggio) da almeno tre diversi mercati. Inutile insistere sulle relative possibilità di scelta, concorrenza, etc.
Dal punto di vista della mobilità sociale le cose appaiono diverse per via del ripetersi da parte di varie tipologie sociali - nobili e cavalieri, per esempio, ma anche artigiani e altri - di tentativi di rifiuto dei nuovi arrivati. In effetti le corporazioni servirono anche, ma non solo, a impedire l’ingresso di troppi concorrenti sul mercato, il che però indica e converso che le condizioni generali erano molto più fluide di quanto presupposto. E del resto questo fenomeno è tipico di ogni società, compresa la nostra.
Torniamo alla questione dei mercati. Dal livello «micro» del villaggio sino a quello «macro» delle grandi fiere internazionali, l’economia medievale ha saputo sviluppare almeno cinque gradi diversi di interscambio dei beni e dei prodotti. E non solo per quelli di lusso e quindi più semplici da trasportare: imponenti spedizioni commerciali per terra e per nave fecero la fortuna di mercanti e banchieri, spesso uniti in un’unica persona o famiglia. E qui il caso italiano - lombardo, toscano e delle città marinare in primis - è troppo ghiotto per non essere citato, senza contare la ripresa di una notevole stabilità monetaria quantitativa e qualitativa.
Se ora riprendiamo insieme gli elementi pur essenziali sopra esposti, scopriamo che l’immagine bloccata si è dileguata, per lasciare spazio a una delle caratteristiche proprie dell’Europa: il dinamismo socio-economico.