Sofia Coppola: Marie Antoinette una ragazzina sola a Versailles

Intervista con la regista del film, da domani nei cinema, ambientato nella Parigi del diciottesimo secolo

Claudia Laffranchi

da Los Angeles

Dopo gli applausi e i fischi di Cannes arriva sugli schermi italiani Marie Antoinette di Sofia Coppola, un film che la regista stessa definisce «la conclusione della mia trilogia sulle ragazze». Non aspettatevi dunque un dramma storico, poiché la Coppola ha voluto realizzare un ritratto di Maria Antonietta come giovane donna, una storia narrata dal punto di vista della protagonista e basata sulla biografia di Antonia Fraser. Il film inizia con la quattordicenne principessa austriaca spedita in Francia come promessa sposa di Luigi XIV per suggellare l'alleanza franco-austroungarica, e termina con la fuga da Versailles. La regista simpatizza con la ragazzina gettata in pasto a una corte spietata e pettegola, imprigionata in un matrimonio senza amore che non fu consumato per ben sette anni, sola malgrado il fatto che qualsiasi sua attività si svolgesse sotto gli occhi di una corte che non provava simpatia per la straniera che non produceva un erede ma che era campionessa di feste e shopping. Il film trasmette bene la routine da prigione dorata di Versailles con numerose, e alla lunga ripetitive, scene di banchetti sontuosi e tristi, di balli e feste. Se lo scopo era quello di trasmettere la noia, le convenzioni e la pompa di Versailles, l'operazione è perfettamente riuscita, ma il film risulta alla fine un po' esangue.
Sofia Coppola, com’è riuscita ad entrare a Versailles?
«Il direttore del museo ha subito accettato perché aveva amato Lost in Translation ed era interessato a vedere la storia di Maria Antonietta dal mio punto di vista. Abbiamo girato in stanze non aperte al pubblico, di notte e il lunedì, giorno di chiusura. E abbiamo filmato molte scene in castelli dell'epoca che abbiamo decorato come Versailles, perché alcune zone erano off limits e certi pezzi di arredamento troppo delicati per sopportare una troupe cinematografica. Siamo stati molto attenti, perché non volevamo creare incidenti diplomatici rovinando pezzi inestimabili della storia francese».
Quali sono state le scene più difficili?
«Quelle con tante comparse, come il ballo in maschera e il matrimonio. Ci sono molte questioni logistiche da tenere in considerazione e nel contempo devi concentrarti sulle emozioni dei personaggi principali».
Sente un'affinità con Maria Antonietta, teenager cresciuta sotto esame?
«Non mi sono mai sentita osservata. Sono cresciuta in campagna, a Napa, ho avuto un'adolescenza normale, e non ero sotto una lente d’ingrandimento come queste famiglie reali. Quello che vedo è piuttosto un forte parallelismo tra la cultura dei tabloid di oggi e quella dei pamphlet di allora».
Quando ha cominciato a fare la regista ha avvertito una pressione particolare a causa del suo cognome?
«Ho dovuto lavorare un po' più degli altri per provare che valevo qualcosa e non ero solo una figlia di papà».
È un caso che Maria Antonietta e la protagnista di Lost in Translation siano entrambe giovani spose in un paese straniero con mariti che non si interessano a loro?
«No, tutti i miei film finora parlano di giovani donne che cercano la loro identità e che sono in transizione verso un'altra fase della loro vita. Lost era un film sull'identità, mentre questo si concentra sul passaggio dall'adolescenza all'età adulta, che avviene quando Maria Antonietta è sul balcone e parla alla folla. È per questo che ho terminato il film con la partenza da Versailles: spero che la gente sappia come va a finire la storia...».
Può mettere la parola fine alla querelle secondo cui i francesi hanno fischiato il suo film a Cannes, mentre altri dicono che è stato applaudito?
«Molti mi hanno fatto i complimenti perché amano il mio tipo di cinema, ma una minoranza pensa che Maria Antonietta appartenga ai francesi e che la sua storia non possa essere raccontata da un'americana. In Francia le critiche sono state buone e il film è andato bene».
Ha sempre voluto lavorare con Milena Canoneri per i costumi?
«Sì, perché è una leggenda nel suo campo. Conosce tutto del periodo ma nel contempo è molto creativa e ama sperimentare. Volevo creare un mondo nuovo, fresco, con abiti ispirati ai colori pastello dei pasticcini Ladurée».
Come mai ha usato molta musica degli anni '80 per la colonna sonora?
«Era quella che ascoltavo scrivendo la sceneggiatura, e volevo musica new romantic, come i Bow Wow Wow, i New Order, Adam Ant, per riflettere la freschezza di un periodo in cui un gruppo di teenager dominava la corte di Francia».
Come ha scelto il cast?
«Avevo già diretto Kirsten Dunst ne Le vergini suicide e volevo lavorare ancora con lei. Jason Schwartzman è un attore di talento ed è anche mio cugino. Forse è il mio lato italiano, ma mi piace lavorare con amici e famiglia. L'ho imparato da mio padre, che ci portava sempre sul set dei suoi film».
Suo padre ha detto che lei è la regista che più lo ispira al momento. Che effetto le fa?
«Credo che lo dica perché continuo a fare film personali, e penso che questo gli ricordi i suoi inizi. Ma in realtà è lui ad ispirarmi».
Gli chiede ancora consigli?
«Sì, lui mi mostra sempre cose nuove. Io invece al massimo gli do consigli su come vestirsi...».
Lei è incinta di Thomas Mars, leader del gruppo francese Phoenix. Vivrà in Francia?
«Thomas abita a Parigi, e in futuro immagino che farò la spola tra Parigi e New York, dove vivo io. E per un po' penserò al bebè e non a un nuovo film».