Il sogno antico e nuovo del «vivere in villa»

Nelle immagini del fotografo Massimo Listri, la seduzione delle dimore toscane di campagna

Non durano che una stagione e, nella stessa stagione (nella stessa giornata), cambiano colori con un rovescio di pioggia. Eppure sono ancora (quasi) tutti là a comprovare le parole che disse Plinio il Giovane dei paesaggi della Toscana: «Figuratevi un immenso anfiteatro che solo la natura può ideare e costruire. Una vasta e distesa pianura è circondata da monti che nelle loro sommità hanno boschi secolari. Sulle colline si stendono per ogni lato le vigne e, alla fine di queste, campi e prati».
Quasi tutti, perché non tutti i giardini toscani esistono, come il verde attorno alla sua Villa di Tusci, dai tempi in cui era vivo (e giovane) Plinio. Sulle quinte dell’anfiteatro edificato da madre natura molto prima del primo secolo dell’era cristiana, avrebbero però sfilato, per due buoni millenni di storia, tutte le possibili forme che l’arte ha saputo progettare e realizzare con gli stessi materiali utilizzati dall’antica architetta dell’arena regionale. Siepi e corsi d’acqua, alberi e suolo, sabbia sassi tappeti d’erba e drappeggi di fiori: sono gli elementi essenziali, variati quel tanto che ammettono i cicli perpetui della natura per allungarsi sulla linea della cultura. Gli ingredienti della tavolozza impiegata per dipingere ciascun hortus, orto, parco o giardino come un tableau vivant: poi fermato e perpetuato nella sua stagionale (secolare) mutevolezza dagli scatti di Massimo Listri.
Si apre perciò come una sempreverde galleria il monumentale volume Giardini in Toscana (Polistampa, pagg. 264, euro 48) illustrato dal fotografo fiorentino: suggestiva promenade attraverso rinnovate colture storiche e còlto itinerario tra i tesori sempre nuovi dell’arte.
Perché è vero che oltre mille anni dopo Plinio, Leon Battista Alberti ancora rimarcava la spettacolare continuità, in Toscana, di villa-giardino-territorio, ma è pur vero che, già dopo il primo Rinascimento dell’Alberti, quel «selvatico» cui da residenze ricolme di statue e quadri portava una fitta «ragnaia» di viottoli, sarebbe stato del tutto addomesticato nel manierismo di vasche bacini e cascatelle. E le colture alla francese, scenografie di corti accese - di riflesso - dello splendore del Re Sole, avrebbero ceduto in meno di un secolo ai labirinti delle siepi all’inglese nel Granducato illuminato, rimodernato e appassionato di botanica. Non ci si perderà tra i rami di una storia che dalle Ville Medicee, oltre le mura degli Horti Leonini, si sviluppa tra specie esotiche, Vecchi Mulini pistoiesi, Romantici boschi «medievali» fino al collodiano Paese dei Balocchi e al maremmano Giardino dei Tarocchi à la Gaudì, perché Mariella Zoppi ne ripercorre nell’introduzione tutto l’intreccio. E poi la storia della Toscana fiorita è tutta lì da vedere: nella cornice dei quarantadue giardini còlti en plein air dall’obiettivo di Listri