Il sogno di Buckley, primo intellettuale della destra moderna

Il direttore della "National Review" trasformò il conservatorismo da pensiero di nicchia in movimento politico-culturale capace di attrarre la maggioranza dei cittadini (ed elettori) americani Ispirerà Goldwater e Reagan

Brillante e carismatico erede di una ricca famiglia di petrolieri, William F. Buckley jr. poteva essere chiunque. Artista, playboy o skipper. Invece sceglie di diventare «il San Paolo della destra americana». Come scrive lo storico Lee Edwards, infatti, trascorre gran parte della propria vita «perlustrando gli Stati Uniti in cerca di proseliti per la causa conservatrice, combattendo la guerra giusta contro gli eretici liberal, consapevole che l'impresa non potesse mai considerarsi conclusa, neppure con l'avvento della presidenza Reagan». La metafora «biblica» di Edwards si sposa bene con la profonda fede cattolica di Buckley, che poi è anche la molla che lo spinge a scrivere God and Man at Yale (1951) in cui, appena laureato, denuncia il clima ostile al cristianesimo (e al libero mercato) che domina nella sua alma mater. Ma l'impostazione ideologica di questo giovane e istrionico intellettuale è troppo complessa per essere ricondotta unicamente nell'alveo del tradizionalismo religioso.

Fin dai suoi esordi, infatti, Buckley incarna alla perfezione le tre correnti principali che compongono, all'epoca, il frammentato e litigioso mondo della destra statunitense. Divora, già da teenager, i lavori del libertarian Albert Jay Nock e cita in continuazione le sue Memoirs of a Superfluous Man (1943). Ammira profondamente il tradizionalista Russell Kirk, che con The Conservative Mind (1953) ha riportato all'interno del dibattito culturale statunitense il patrimonio intellettuale del conservatorismo, dai Padri Fondatori a T. S. Eliot. Fieramente anticomunista fin da giovane, poi, Buckley resta profondamente scosso dalla pubblicazione di Witness (1952), l'autobiografia con cui la ex spia di Mosca, Whittaker Chambers, apre gli occhi all'America sul profondo grado di infiltrazione nelle istituzioni statunitensi di agenti e simpatizzanti sovietici. E nel 1954 - insieme al cognato L. Brent Bozell jr. - scrive McCarthy and His Enemies, difendendo con forza la crociata anticomunista del senatore del Wisconsin.

Nel 1955 Buckley decide che è arrivato il momento di costruire uno strumento capace di dare voce, a livello nazionale, a questi tre filoni di pensiero. Unificando libertarian, tradizionalisti e anticomunisti in un movimento capace di contrastare il monopolio politico e culturale liberal che si estende dalle colonne del New York Times alle aule universitarie di Harvard, passando per i corridoi del Council of foreign relations. Insieme all'ex giornalista del Time Willi Schlamm, con cui condivide il desiderio di dare vita a un settimanale d'opinione di impronta conservatrice, Buckley decide che sarà proprio questa strategia di «unificazione» il tratto distintivo della sua nuova creatura. La National Review inizia a prendere forma.

Buckley coinvolge nell'impresa il suo ex professore di Yale, Willmoore Kendall, e arruola - anche se con diversi gradi di coinvolgimento - firme come quelle di Russell Kirk, Whittaker Chambers, James Burnham e Frank Meyer (un altro ex comunista convertito all'ideologia libertarian dalla lettura di The Road to Serfdom di Von Hayek). Nasce così, nel novembre del 1955, la rivista che avrebbe cambiato per sempre la storia della destra americana, trovando il coraggio - come si legge nell'editoriale di presentazione del primo numero - «di mettersi di traverso rispetto alla storia, urlando stop in un momento in cui nessuno sembra incline a farlo».

Con la definitiva teorizzazione del «fusionismo» da parte di Meyer e la sua metodica e brillante applicazione concreta da parte di Buckley, la National Review diventa lo strumento culturale da cui germogliano prima la rivoluzione conservatrice di Barry Goldwater e poi la big tent di Ronald Reagan. La rivista mette insieme tradizionalisti, libertarian e anticomunisti, per poi espandere i propri confini anche ai neoconservatori in fuga da un pensiero liberal ormai sempre più sterile e ripiegato su se stesso. Firme come quelle di Richard Weaver, Wilhelm Röpke, Frank Chodorov, John Chamberlain, William A. Rusher, Max Eastman, William Rickenbacker e John Dos Passos si uniscono a Buckley e Meyer, restituendo alla destra americana una capacità di elaborazione intellettuale che molti pensavano perduta per sempre. Da pensiero di nicchia, il conservatorismo si trasforma in un movimento politico-culturale capace di attrarre la maggioranza dei cittadini (e degli elettori) americani.

Pur continuando a impiegare gran parte delle proprie energie nella realizzazione e nella diffusione della National Review, Buckley non si limita alla sola attività editoriale. Nel 1960 contribuisce a fondare gli Young Americans for Freedom. Nel 1965 presenta la sua candidatura di bandiera a sindaco di New York per frenare l'ascesa del repubblicano liberal John Lindsay e restituire un po' d'energia ai conservatori delusi dalla pesante sconfitta di Goldwater nel 1964. Nel 1966 presenta la prima puntata dello show televisivo Firing Line (nel 1969 vince addirittura un Emmy), che andrà ininterrottamente in onda - prima sul network newyorkese Wor-tv e poi sull'emittente pubblica Pbs - per 33 anni e 1.504 puntate, ospitando politici, statisti, giornalisti, economisti, accademici e personalità che vanno da Ronald Reagan a Margaret Thatcher, da Milton Friedman a Jorge Luis Borges. Negli Anni settanta comincia una carriera parallela che lo porta a scrivere una ventina di apprezzatissimi romanzi di spionaggio (l'ultimo è del 2007).

La televisione permette a Buckley di farsi conoscere dal grande pubblico, ma la sua occupazione principale resta a lungo quella di «chioccia» del movimento conservatore. Fino a quando nel 1990, durante il banchetto per il 35° anniversario della National Review, annuncia il proprio ritiro dalla direzione della rivista, dopo più di mille numeri pubblicati ad altissimo livello. Nel 2005, durante le celebrazioni del 50° anniversario, annuncia di avere ceduto anche la proprietà.Nell'ultima intervista, concessa pochi mesi prima di morire per un attacco di cuore (nel febbraio del 2008) nella sua casa di Stamford, in Connecticut, si rammarica del fatto che, dopo Reagan, i conservatori abbiano dimenticato la lezione libertarian di Nock e del suo Our Enemy, the State. «È ingiusto affermare che abbiamo perso la guerra contro il welfare state - spiega - ma è corretto affermare che si tratta di una guerra che dobbiamo continuare a combattere». William F. Buckley questa guerra l'ha combattuta per tutta la vita. E soprattutto ha insegnato agli altri come vincerla.

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Dom, 10/01/2016 - 14:00

Se Buckley "ha insegnato ad altri come vincere quella guerra", di certo non ha insegnato in Italia, né aveva allievi italiani: purtroppo. A proposito, quando riapre Tocqueville? Perché il Giornale non si fa carico di riaprire il sito, magari come aggregatore di blog dei lettori all'interno dello stesso quotidiano? E' la logica e naturale evoluzione del rapporto di interscambio fra stampa e lettori. Pensateci.