Il sogno pluralista della Monarchia

«Le radici perdute dell’Europa», un saggio di Cardini e Valzania sulla superpotenza dei secoli XVI e XVII

Il dibattito sull’Europa continua. E la storia ha naturalmente molto da dire, in proposito. Nella grande piazza della discussione si fanno ora avanti due storici «cattolici osservanti», come precisano sin dalla seconda riga della prima pagina, con tutta la rilevanza che simili parole hanno agli occhi del lettore e a quelli di Dio. Il contenuto delle pagine a seguire non è un contributo scientifico o accademico ma precisamente una proposta: perché non costruire l’Europa sul modello della Monarchia asburgica e cattolica? È il succo di un lavoro a quattro mani di Franco Cardini e Sergio Valzania, più che noto medievista e uomo di cultura il primo, docente e direttore dei programmi radiofonici della Rai il secondo, dal titolo Le radici perdute dell’Europa. Da Carlo V ai conflitti mondiali (Mondadori, pagg. 180, euro 16).
In realtà l’oggetto del discorso e della proposta è qualcosa cui si fa fatica a dare un nome almeno in sede storiografica e per una ragione molto semplice: per via della sua sconfitta. Giacché da sempre sono guai per i vinti. Cos’è stata dunque la Monarchia? Dante, Erasmo e Campanella a parte, gli autori nominano con quella maiuscola la superpotenza dei secoli XVI e XVII, ovvero una realtà politica imponente e decisamente maggioritaria che, da un capo all’altro dell’Europa, guardava a una famiglia aristocratica - gli Asburgo - come al cuore e alla pietra di un’idea che superava mari, montagne e oceani. In altri termini l’«impero» di Carlo V (1519-1555), di suo figlio Filippo II (1555-1598) e dei loro successori sino alla pace di Utrecht nel 1713. Le loro teste cinsero una quantità di corone minori e maggiori sino a quella supernamente aureolata del Sacro romano impero. Il territorio a loro soggetto vedeva convivere pacificamente tedeschi e italici, genti della penisola iberica e del regno di Francia, città e uomini dei Paesi Bassi e dell’Europa orientale, senza contare le vaste Americhe.
La struttura del loro potere si articolava in pluralismo istituzionale, si nutriva di un plurilinguismo diffuso, abbatteva barriere geografiche ed economiche pur nella lentezza delle comunicazioni. La loro gestione - più che «governo» - si esercitò per lungo tempo nel segno della tolleranza e in funzione della pace, come scrisse al figlio il padre imperiale nel suo Grande Testamento. E basti un esempio su tutti: tra la denuncia ufficiale dell’eresia di Lutero, nel 1521, e il ricorso alle armi, nel 1544, Carlo tentò per oltre vent’anni la strada della diplomazia e dell’inclusione, volutamente al posto di quella della violenza perseguita da molti suoi antagonisti.
A far cadere un simile impero furono, come sempre, i nemici esterni e qualche tara interna. Tra queste la complicazione derivante dalla disomogeneità; tra i primi i mille volti del nazionalismo, lo Stato-Nazione, l’idea stessa di «nazione» vista dagli autori come bestia nera e levatrice delle tragedie dei secoli XIX e XX e pure del neonato XXI. Insomma libertas contro liberté, Monarchia pluralista contro Egoismo nazionalista. Con la conseguenza che, se avesse prevalso la prima, forse la Rivoluzione non ci sarebbe stata, forse neppure i totalitarismi, forse...
Contro le tentazioni della fantastoria e dell’ucronia il testo insiste, persino con ridondanza, sul fatto che la storia non è retta da leggi necessarie e immutabili e che, insieme e di conseguenza, quel che avviene non è ineluttabilmente scritto in ciò che lo precede. Contro il determinismo, contro lo storicismo e l’immanentismo queste pagine riportano il lettore nel crogiolo del divenire, quando nel medesimo spazio e nel medesimo tempo convivevano molte e spesso contrastanti possibilità, l’affermazione d’una delle quali non era e non è storicamente pensabile come obbligata. È un criterio, se non proprio un metodo, certamente essenziale: significa ridare spazio alla libertà umana e alla «fortuna» o - come non negano Cardini e Valzania - alla Provvidenza. Poiché la storia è vita e la sua rilettura deve scalfire quella crosta che sembra avviluppare il passato e renderlo troppo uguale a se stesso.
Anche perché - ed è un altro assunto del libro più volte ribadito - rileggere le vicende della Monarchia significa confrontarsi proprio con una sclerosi culturale e ideologica sedimentata nel tempo: ovvero la leyenda negra di un’epoca e di uomini che avrebbero oppresso l’Europa con la violenza e l’intolleranza. C’è quindi una cortese ed esplicita vis polemica in queste pagine, rivolta contro quanti (da Manzoni a Verdi, solo per stare all’Italia alle prese con il nazionalismo) costruirono abilmente in sede propagandistica e storiografica quella «leggenda» ma pure contro chi, ancora oggi, ne abusa per tinteggiare di nero ogni possibile influenza di una visione cristiana e in specie cattolica dell’Europa e sull’Europa.
Il libro non si spinge fino alla possibile attualizzazione di quell’esperienza grandiosa e fragile insieme. All’aristocrazia di sangue della e delle monarchie l’età moderna post-rivoluzionaria ha spesso sostituito una oligarchia fondata sul denaro, ma questo significa che si debba tornare alla prima? Difficile, probabilmente impossibile, anche se qualche fossile ancora si trova abbarbicato a rocce e contrade d’Europa. Eppure gli autori hanno il merito di indicare un modello mediterraneo e cattolico - ma non necessariamente avverso alle altre confessioni o agli altri credo - da contrapporre a quelli del Nord Europa. Il che però, a ben guardare, significa riproporre il concetto ideale di Cristianità, abbozzata con il tardo Impero romano, compiuta a fatica nel Medioevo, incrinata proprio al tempo di Carlo V e Filippo II e tramontata storicamente con la prima guerra mondiale, quando cadde l’ultimo grande Impero cristiano e cattolico.
Una radice che però non reputo perduta, tutt’altro: semmai sono i rami e le foglie - cioè noi - a dover rinverdire.