da Roma
La Pasqua, con la sua festa della Resurrezione, è appena trascorsa e già il sogno dellimmortalità dellanima, bello e arcaico come pochi altri, viene evocato da Sunshine. «È fondamentale una discussione sulla scienza, contrapposta a Dio, con una persona che fa esplodere una bomba, sostenendo di poter cambiare luniverso. Invece, Dio ritiene che questo non possa avvenire, perché si tratta del suo universo», argomenta il regista Danny Boyle. Tuttavia, la vecchia definizione, secondo cui un principio scientifico deve servire da base a una narrazione fantastica, non è più valida. Soprattutto a partire dal 1965, registi di grande talento si sono cimentati nel genere fantascientifico, raffigurando «il viaggio nella luce» come un percorso iniziatico verso lAssoluto: Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut; 2001, Odissea nello spazio (1967) di Stanley Kubrick, Solaris (1970-1971) di Andrej Tarkovskij, Zardoz (1973) di John Boorman hanno proposto modelli di approfondita e originale «filosofia del cosmo», a sfondo umanistico-religioso. E se lastrazione del pensiero rimanda alla separazione tra corpo e anima (elemento ricorrente nei film fantasy), la star Liz Taylor, dopo essere entrata in coma a causa duna severa polmonite, nel 1961 ebbe a dichiarare: «Ho visto una luce chiara, che lentamente si tingeva doro».
Già Francesco dAssisi chiamava la morte «la porta verso la luce», mentre il pittore Hieronymus Bosch, nel 1500, ha dipinto proprio questa morte: come luce alla fine di una cavità. Lo psichiatra e allievo di Freud C.G. Jung (1875-1961), dopo aver avuto un infarto, si sentì come un cosmonauta: «Sotto di me vedevo la terra, immersa in una meravigliosa luce blu». Testimonianze, queste, che pur rispettando le leggi del mondo fisico, rinviano al coordinamento di discipline diverse, tramite lintegrazione dellelemento religioso con quello fantascientifico. Laddove levasione nella cosiddetta «space opera» (grandiosi affreschi di civiltà extraterrestri e di mondi estinti), con gli onnipotenti robot al posto delluomo, suggerisce lidea duna vita dopo la morte, che sempre ritorna nei film con immani catastrofi galattiche, come The Day After (1983). Smarrito «in una selva oscura», per poi ascendere al Paradiso, attraverso cerchi concentrici, Dante Alighieri è già un cosmonauta da fiction. In cerca dAssoluto.