Soldati di pace all’italiana

Piero Laporta

L’Unione sfoglia la margherita «ritiro sì, ritiro no», oscillando fra moderazione e menapacismo no-global. Disse Giorgio Napolitano qualche giorno fa, con parole che paiono già dimenticate: «L’Italia ha bisogno dell’insieme delle forze armate al più alto livello di modernità ed efficienza per adempiere ai propri doveri di partecipazione alle organizzazioni internazionali che, come recita l’articolo 11 della Costituzione repubblicana, sono impegnate ad affermare la pace e la giustizia fra le nazioni».
Sul sito web dell’Unione si legge che in Irak rimarranno 800 soldati «per garantire la sicurezza dei volontari civili», nel blog si caldeggia il ritiro totale, immediato, incondizionato. Non è una missione di pace, dicono da sinistra, mentre da destra inneggiano ai «soldati di pace», espressione brutta e melensa che svettò ai tempi del Kosovo. In una trasmissione tivvù, in ventotto minuti il generale comandante di una brigata la pronunciò ben diciotto volte. Non poteva rendere peggiore servizio ai suoi soldati.
Dal punto di vista del soldato inviato in missione, nulla cambia fra stato di pace e di guerra, se non per un dettaglio: se è in guerra adopera le armi di iniziativa, se è in pace solo per difendersi. Una missione impiega soldati invece delle suore di Madre Teresa quando il pericolo di aggressione incombe anche se il soldato è lì per svolgere solo azioni di soccorso. Pertanto, se si ritirano i soldati, a quel punto si devono ritirare anche i soccorritori civili, come osserva la parte più illuminata dell’Unione.
Il soldato che opera senza intenti ostili, ma immerso in un ambiente ostile, assolve la sua missione se l’ombrello di protezione che lo avvolge è sufficientemente ampio, efficace, impenetrabile. Questo consente di tenere lontane le aggressioni e neutralizzarle prima che abbiano effetto. Occorrono sistemi di sorveglianza integrata di ultima generazione e capacità di risposta immediata, infallibile e selettiva, cioè il «più alto livello di modernità ed efficienza» richiamato dal presidente della Repubblica. La presenza dei soldati non è quindi in sé un atto di guerra, mentre è importante la loro capacità di prevenire e rispondere agli attacchi terroristici, che vengono portati proprio perché i soldati italiani hanno dimostrato di saper rispondere efficacemente a quelli convenzionali.
A questo punto, ritirarsi significa caldeggiare le ragioni dei terroristi, dando corpo al sospetto, nato sin dai tempi di Moro, che nelle file del pacifismo italiano vi sia un ufficio di rappresentanza del terrorismo, verso il quale, a similitudine degli anni ’70, una vasta parte della sinistra ha un dovere di subordinazione.
Tutto questo con l’irritazione o la delizia degli Usa non ha a che vedere. È solo un problema italiano tuttora irrisolto.
milignoti@yahoo.it