Soldi ai palestinesi, per la pace non servono

La conferenza di Parigi ha raccolto 7,5 miliardi. Si calcola che in passato i dirigenti di Fatah abbiano sottratto una cifra analoga

I soldi degli aiuti internazionali non hanno mai portato più moderazione fra i palestinesi, né li hanno aiutati a inventarsi un desiderio di emancipazione liberale che ne facesse un popolo produttivo, e quindi proiettato verso un futuro di pace. E nemmeno hanno comprato uno Stato, che si può ottenere solo se si è pronti a tutti i sacrifici, specie nel campo del controllo del terrorismo e dell’abbandono delle utopie, che i palestinesi non sembrano volere affrontare.
Tutta la retorica che ha circondato la conferenza di Parigi conclusasi domenica, in cui la World Bank e 90 Paesi hanno raccolto per i palestinesi quasi sette miliardi e mezzo di dollari contro i cinque e seicento milioni che si volevano mettere insieme, non riesce a coprire l’incertezza che fa ombra al risultato quantitativo. Innanzitutto, possiamo sbagliarci, ma poiché i Paesi arabi moderati non hanno interesse, come hanno dimostrato più volte, a far infuriare Hamas, che è in contatto con tutte le forze estremiste all’opera nei loro Paesi, sia l’Egitto che l’Arabia Saudita che il Khatar e tutti gli emirati, che l’Algeria, il Libano, prima di firmare gli assegni probabilmente faranno passare un bel po’ di tempo.
Guardando poi alla storia, il passato dimostra che ci sono cose che il denaro non può comprare: Arafat ricevette più di 6 miliardi e mezzo di dollari per l’Autorità palestinese, e l’uso che ne ha fatto è noto: pare che questo denaro, unito ad altre donazioni private, sia servito quasi esclusivamente per aumentare i suoi conti in banca e quelli dei suoi uomini. Un articolo del 2005 dell’autorevole Transatlantic Monthly valuta a sette miliardi il denaro rubato dalle casse palestinese dalla classe dirigente di Fatah, e suppone che Arafat abbia forse preso direttamente i 900 milioni in assistenza internazionale consegnati fra il 1995 e il 2000.
Come è noto, questo flusso enorme di denaro non ha affatto indotto moderazione, se è vero che proprio nel settembre del 2000 cominciò la terribile Intifada dei terroristi suicidi. Tony Blair, star della nuova fase del processo di pace, ha certo ragione quando afferma che c’è un rapporto diretto fra fra speranza e sicurezza: ma nel caso palestinese forse è il caso di pensare che la speranza dei palestinesi è stata sempre dirottata dalla leadership e dalla deriva islamista da un futuro in cui è possibile conquistare un Stato a fianco di Israele, a un orizzonte impossibile, quello della sparizione dello Stato d’Israele.
Realisticamente, occorre considerare che i palestinesi hanno ricevuto fra il 1993 e il 2002 quattro miliardi in aiuti, ciò che rende la cifra ricevuta pro capite di 214 dollari, ovvero la maggiore rispetto a quella ricevuta da qualsiasi altro popolo. Questo non ha aiutato, per esempio, a evitare l’avvento al potere di Hamas a Gaza, né ha condotto a più miti consigli sul piano, per esempio, del ritorno dei profughi, una richiesta che tutti sanno essere sinonimo della distruzione dello Stato d’Israele. Ma sembra che a noi donatori, incuranti dei risultati, non importi altro che la dimostrazione del nostro buon cuore: perché l’anno successivo alla presa del potere da parte di Hamas, gli aiuti sono aumentati di un miliardo e dieci milioni, ovvero del 10 per cento. Eppure, ciò dimostra che i palestinesi non hanno investito su se stessi, anche se i fondi sono aumentati, il reddito pro capite è declinato nel 2006 dell’8 per cento.
È vero che oggi Abu Mazen, persona ben diversa da Arafat, ha tutto l’interesse a far tesoro del denaro promesso perché con esso deve mantenere il potere (cosa cui Arafat non doveva pensare, e conseguentemente agiva al di fuori di ogni vincolo) e deve anche riconquistare Gaza: ma intanto, la sua lotta contro l’incitamento non è chiara, per cui le forze estreme anche all’interno della Cisgiordania possono creare una situazione in cui di fatto ogni sforzo economico venga rovinato da un sottinteso belligerante, in cui il domani vittorioso resta più importante di un oggi industrioso.
In secondo luogo in pochissimi dentro Fatah ritengono che Salam Fayyad, il primo ministro onesto, l’esperto economista, vero garante per i donatori, verrà nel prossimo futuro risparmiato dalle invidie e dall’aggressività. Fayyad è tanto più a rischio in quanto per risanare i servizi pubblici enfiati dalla corruzione dovrebbe attuare licenziamenti e pulizie nell’ambito di una riforma dell’Autorità palestinese cui pensa da tempo e che cerca di mettere in atto fra indicibili problemi.
Insomma il denaro può aiutare se c’è la volontà di farlo fruttare: qui i palestinesi sul campo, salvo un ristretto gruppo a contatto con Fayyad, prevedono di nuovo una situazione di rapina da parte dei gruppi dirigenti, una distribuzione interna alle gerarchie, una serie di megaprogetti surreali come i fastosi palazzi dei ministeri degli Affari sociali, delle Finanze e la sede del Fatah in progetto a Ramallah, simulacro di uno Stato che può arrivare solo se i palestinesi lo vorranno veramente, a fianco di Israele e non nel mondo dei sogni comprendente anche il territorio dello Stato ebraico, cosa che per ora non è apparsa neppure nei discorsi di Abu Mazen ad Annapolis. E se tutti i soldi che stanno per rovesciarsi sulla Cisgiordania non andranno a buon fine, è chiaro che il risultato sarà un’altra ondata di violenza.