La solfa del clima forse è finita Ma le ecobufale no

Caro Granzotto, è arrivato il caldo, quello vero che ci fa sudare. Eppure quest’anno mi sembra di patirlo meno. Ne parlavo in famiglia quando all’improvviso mi sono reso conto del perché il caldo mi sembrava meno caldo: la ragione è che per la prima volta non siamo ossessionati dai consigli (non mettetevi maglioni di lana, non indossate i cappotti, evitare di mangiare la cassouela sotto il solleone, se avete sete bevete...) per combattere l’afa e, miracolo dei miracoli, nessuno più insiste col dire che il caldo di luglio è colpa riscaldamento globale. Lei che non ha mai mancato di segnalarcelo avrà notato che La Repubblica, e anche questa è la prima, volta non ha pubblicato il solito paginone sul Po che muore. Buone vacanze!

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Il caldo non tira più, caro Franchinetti. Smascherata la grande bufala del riscaldamento globale per mala azione dell’uomo - bufala che, però, grandemente arricchì quanti l’alimentarono: Al Gore c’è diventato miliardario raccontando col groppo in gola che essendosi squagliato completamente il Polo gli orsi bianchi annegavano una via l’altro - sono sparite dalle redazioni dei giornali e telegiornali le famose proiezioni matematiche che dimostravano - e molti ci hanno creduto ciecamente - che le grandi nevicate fuori stagione erano conseguenza del global warming. E questo passi. Ma anche che la normale temperatura estiva, il caldo, insomma, sembrava il solito caldo, ma era un caldo più caldo del caldo di sei secoli fa. Per concluderne, come ne concluse l’Espresso, che categoricamente entro il 2028 la Puglia si sarebbe ritrovata interamente desertificata. Tutta una duna. E un cammello. O per far dire al principino Charles che per salvare il pianeta avevamo giusto un annetto e mezzo. Poi, tutti arrosto (o annegati, secondo il Pecoraro Scanio che vaticinò l’innalzamento di cinque metri del Mare Nostrum).
Come lei rileva, caro Franchinetti, lo smascheramento della grande bufala ci risparmia anche non pochi effetti collaterali, come l’annuale menata della Repubblica sul Po che muore, anzi, che è già morto. Con tanto di mappatura e fotografie di zolle arse dal calore (al teschio calcinato dal sole non c’erano ancora arrivati, ma eravamo lì lì). O di quel tal pesciolino di casa nel Mar Rosso che era finito nel Mediterraneo per darsi una rinfrescata. O di quell’uccello uso a nidificare il 23 di aprile e che invece al 28 ancora non aveva messo su casa, segno indiscusso degli sconvolgenti mutamenti prodotti in natura dalla mania dell’uomo di lavarsi e il corpo e la biancheria (ricorda? Per alleggerire la personale «carbon print» - l’impronta ecologica - e dunque allentare la morsa del riscaldamento globale, il guru ambientalista Fulco Pratesi consigliava di non tirare lo sciacquone, di fare la doccia a ogni morte di Papa e di cambiarsi la biancheria ogni due mesi. Meglio ogni tre). Però non creda, caro Franchinetti: l’archiviazione con ignominia del global warming non ha certo addolcito la pulsione millenarista dei repubblicones né ridimensionato l’inclinazione al catastrofismo. Il paginone annualmente destinato al Po che muore e anzi è già morto è già stato occupato da altra catastrofe. Nella fattispecie l’anguilla che muore e anzi è già morta (certo che la fantasia non manca loro, ma dove le vanno a trovare, ’ste storie?). Per evitarle di rompere in un pianto dirotto, non gliela sto nemmeno a riassumere. Il pezzo comincia così: «Non è un animale fortunato, la povera anguilla» e dunque immagini il resto. Che comprende anche il collaudato piagnisteo di Carlo Petrini, mister Slow Food, l’unica persona al mondo per la quale la buona tavola e il buon mangiare è ragione di tristezza, afflizione, languori, sospiri, recriminazioni e cupa visione della vita presente e futura. Avrà mica la digestione difficile?
Paolo Granzotto