Solgenitsin: l'eroico zarista che sgretolò l'arcipelago Urss

Ripudiò il marxismo, svelò l’orrore dei gulag, fu l’icona di una stagione e infine condannò la sua nuova patria. <strong><a href="/a.pic1?ID=281048">Ma la sinistra non capì il suo valore</a></strong><a href="/a.pic1?ID=281048">.</a> La salma dello scrittore sarà esposta nella sede dell'Accademia delle Scienze a Mosca

Aveva il volto scavato, le occhiaie profonde, la barba lunga e incolta. Chiuso in se stesso, profeticamente pessimista, eppure coraggioso, corrosivo, geniale. Alla fine incompreso; come deve essere un vero intellettuale russo. Molti lo hanno paragonato a Tolstoj, a Cechov, a Dostoevskij; di certo Aleksandr Solgenitsin apparteneva non alla modernità ma all’epoca zarista, di cui esaltava la cultura, idealizzando la magnanimità degli zar e la forza spirituale della Chiesa Ortodossa.

Aveva un carattere indisponente e provocatorio, beatificato da una penna felicissima e tagliente quanto la sua lingua. Fu la sua disgrazia e al contempo la sua fortuna; perché solo una personalità forte e immaginifica come la sua poteva resistere agli orrori del comunismo stalinista e trarre dall’esilio, da anni di disumana prigionia l’ispirazione per scrivere capolavori letterari e di denuncia.
Solgenitsin, un eroe per caso. Nella sua vita nulla sembrava predisporlo alla gloria, se non a quella militare. Nato nel 1918 ricevette un’educazione comunista e durante la Seconda guerra mondiale combatté al fronte, venendo decorato due volte, ma nel 1945, mentre era in servizio nella Prussia orientale, fu arrestato per aver scritto una lettera a un amico in cui criticava la condotta di guerra di Stalin, menzionandolo come il Maestro e addirittura il Boss.

Da allora l’ancora giovane Aleksandr conobbe le dolcezze della Lubianka, la sede del Kgb, e di tante prigioni speciali, sempre più lontane da Mosca, fino ai Gulag nel Kazakhstan. Il suo destino sembrava segnato, come quello di tanti milioni di sovietici inghiottiti dal terrore del regime del compagno Josif. Ma Solgenitsin non era un uomo qualunque. Era un romantico, figlio di un ufficiale zarista che dalla madre aveva recepito i valori della Russia dell’800. Nei gulag ripudiò il marxismo e trovò proprio in quei valori la forza di resistere nell’unico modo possibile: scrivendo. Per se stesso, pagine su pagine, di notte, clandestinamente; convinto che nessuno le avrebbe mai lette.

Poi con il riformista Krusciov al Cremlino, la svolta. La condanna all’ergastolo da scontare in un campo di prigionia venne revocata e Solgenitsin tornò nella Russia europea, finché, nel 1962, la rivista Novy Mir accettò di pubblicare uno dei suoi racconti, Una giornata di Ivan Denisovic, in cui descrisse l’orrore della vita di ogni giorno in un gulag. Il pretesto era letterario, ma il racconto era vero. Era una testimonianza: la sua. Ed era sconvolgente; per il mondo occidentale, ma soprattutto per i sovietici che per la prima volta scoprirono l’infamia dei campi di prigionia, dove la gente veniva torturata, lasciata morire di fame, costretta a dormire e a lavorare nel gelo. I russi avevano la possibilità, inaudita, di ascoltare una voce finalmente libera dalle costrizioni del Partito comunista. Non lo hanno mai dimenticato. Solgenitsin diventò un simbolo, una speranza, ma il suo momento magico durò appena due anni; come accade sempre, peraltro, nella storia di questo Paese, costellata da brevissime fasi luminose e lunghi periodi bui o al più grigi.

Nel 1964 Krusciov perse il potere a beneficio del conservatore Breznev e l’Unione degli scrittori ripudiò Solgenitsin, la polizia confiscò i suoi manoscritti. Aleksandr diventò una non-persona. Dapprima disperato, capì ben presto che quella condizione era ideale per continuare a scrivere, clandestinamente. Impiegò alcuni anni per completare la sua opera più famosa, Arcipelago Gulag, la più circostanziata denuncia dei campi di prigionia sovietici, che riuscì a far pubblicare in Occidente. Fu un successo mondiale, che nel 1970 gli valse il Nobel per la Letteratura. Solgenitsin divenne ancora una volta un simbolo. Come tutti i sovietici di allora confidò che la salvezza potesse venire dall’estero. Per lui si materializzò in un aereo che il 13 febbraio 1974, applicò l’ordine di espulsione dall’Urss, portandolo in Germania. Da qui si trasferì negli Usa, che gli offrirono asilo politico. Ma l’esperienza non fu positiva come si immaginava. L’euforia lasciò rapidamente spazio alla delusione e questa volta Aleksandr anticipò il suo popolo: nella seconda metà della sua vita la democrazia e, soprattutto, il consumismo lo misero a disagio, come sarebbe accaduto ai russi dopo la caduta dell’Urss.

Il celebre dissidente dimostrò riconoscenza verso l’Occidente per averlo liberato dalla dittatura e continuò a battersi contro ogni forma di comunismo, ma disapprovò lo stile di vita statunitense, «la bruttezza e la vacuità spirituale della cultura pop, della tv, della musica rock», persuaso che «l’anima dell’uomo meritasse qualcosa di più alto, di più caldo, di più puro di quanto viene offerto dalla società consumistica di massa». Lui che aveva trascorso tanti anni in prigionia tornò volontariamente in esilio, dapprima in una casa immersa nella foresta nel Vermont, poi, nel 1994 al ritorno in Russia, in una dacia alle porte di Mosca.

Ieri l’ex segretario del Pcus Gorbaciov lo ha onorato dichiarando che «fino alla fine dei suoi giorni ha combattuto affinché la Russia non solo si distanziasse dal suo passato totalitario ma si desse anche un degno futuro: gli dobbiamo molto». L’attuale premier Putin si è detto «fiero di lui» e lo ha ricordato come «una persona forte, coraggiosa e con un’enorme dignità». In realtà Solgenitsin non amava Gorbaciov e apprezzava Putin per aver permesso al popolo russo di ritrovare l’orgoglio. Ma non appena usciva dalla sua dacia, si sentiva smarrito. Così come non si era adeguato agli Usa, non capiva nemmeno la Russia putiniana, ricca, consumista, sempre più simile, nello stile di vita, proprio all’America. Una rete tv gli aveva affidato uno spazio settimanale in cui poteva dire quel che voleva; ma dopo un anno la trasmissione è stata cancellata per gli ascolti troppo bassi. Negli ultimi tempi Solgenitsin era sempre più nazionalista, reazionario, anticattolico, antiprotestante, in un libro anche antisemita. Chiuso in se stesso, chiuso in un mondo lontano, ottocentesco, immaginario e contraddittorio. Non più simbolo di speranza, ma icona di un passato irripetibile.