Solo Fassino non vede le minacce dell’ala radicale

Non so se definire più sfrontati o penosi i tentativi del segretario dei Ds Piero Fassino di contestare quello che lui chiama «il film irreale di Caserta», distribuito nelle edicole italiane dai giornali che hanno raccontato e commentato in chiave critica il summit della maggioranza di governo svoltosi nella reggia borbonica di Vanvitelli.
Già accusati alla vigilia di quel vertice di avergli attribuito arbitrariamente la richiesta di una «fase 2», per quanto da lui formulata in ripetute occasioni per indicare al governo la necessità di «cambiare passo» dopo la poco edificante gestione della legge finanziaria, i giornali sono stati contestati da Fassino per avere, in particolare, riferito di una partita svoltasi a Caserta tra riformisti e massimalisti, per giunta assegnando la vittoria ai secondi.
Evidentemente, anche Fassino come Romano Prodi, che ne ha parlato proprio a conclusione del summit di Caserta, nella maggioranza debbono essere considerati tutti riformisti, anche quelli che ancora considerano il riformismo un insulto, o una «parola malata», per ripetere un’espressione usata prima delle elezioni da Fausto Bertinotti. Il quale ne ha poi ricavato come premio all’inizio della legislatura la Presidenza della Camera, preferito da Prodi a Massimo D’Alema, che del riformismo ha smesso da tempo di parlare male, sentendosene anzi un paladino, anche se lo pratica a giorni, anzi ad ore alterne. Come ministro degli Esteri, per esempio, è sinora piaciuto tantissimo alla sinistra estrema per le polemiche ricorrenti con gli Stati Uniti e Israele. E l’avrebbe accontentata anche nella resistenza all’ampliamento della base militare americana a Vicenza se il capo dello Stato non fosse intervenuto per la conferma dell’assenso dato dal precedente governo alla richiesta del nostro principale alleato.
Chi parla di una partita tra riformisti e massimalisti, o ne parla dando i secondi in frequente vantaggio sui primi, lo farebbe - secondo Fassino - per sabotare la maggioranza uscita dalle urne per il rotto della cuffia e costruirne un’altra in questa stessa legislatura con l’apporto di qualche partito o gruppo in uscita dall’opposizione, come già accadde peraltro nel 1998 sostituendo Prodi con D’Alema a Palazzo Chigi. O per imboccare la strada delle elezioni anticipate, magari dopo aver cambiato la legge elettorale, visto che quella in vigore non piace al presidente della Repubblica. Il quale ne ha sollecitato la riforma nel messaggio televisivo di Capodanno, anche a costo di alimentare un dibattito rischioso per i già precari equilibri di governo, condizionati da partiti minori che trovano la legge in vigore molto più comoda di quanto già non ammettano. Lo dimostrano le minacce di crisi da essi formulate contro l’adozione del maggioritario o la carta referendaria buttata sul tavolo dal solito Mario Segni. Che usa i referendum come lotterie, smarrendone però i biglietti.
Fassino, prendendo forse per buono il piglio cesarista goffamente assunto da Prodi a chiusura del summit di Caserta, giura che le riforme si faranno, a dispetto dei gufi svolazzanti nelle edicole. Eppure il giornale del suo partito, l’Unità, ha titolato così a tutta pagina la prima di domenica scorsa sul risultato di Caserta: «Le ali bagnate del riformismo». Fassino, alto e magro com’è, si considera forse un fenicottero al sole, destinato ad asciugarsi e a volare. Ma è solo un’anatra zoppa, peraltro alla guida di un partito dove ogni giorno c’è l’annuncio di qualche riformista deluso che se ne va.