Somalia italiana, mezzo secolo di colonialismo umanitario

Dalla fine dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale nel Paese africano si debellarono lebbra e sifilide e si costruirono strade, ospedali, scuole

Sul palcoscenico del teatro coloniale l’Italia (che prima doveva costruire se stessa) arrivò tardi e di malavoglia. I governi non si mostrarono mai entusiasti nel seguire le orme di Francia, Germania, Inghilterra, Spagna e Portogallo.
I primi approcci italiani con il continente africano, svanito sul nascere il breve sogno di mettere piede in Tunisia, per la netta opposizione francese, avvennero essenzialmente per via commerciale. L’acquisto nel 1882 della baia di Assab, sul Mar Rosso, da parte della Compagnia Marittima Rubattino, che aveva fornito ai Mille di Garibaldi i piroscafi «Piemonte» e «Lombardo» e che ne fece uno scalo per le sue navi sulla rotta per l’Oriente, portò alla costituzione della colonia eritrea e lo stesso accadde per la Somalia, dove una serie di accordi politico-commerciali con i sultani locali, quello di Zanzibar (1885) e poi con quelli di Obbia e della Migiurtinia (1889), istituirono una specie di protettorato che dal 1891 permise l’intervento ufficiale dell’Italia che, in sintonia con la Gran Bretagna (trattato del 5 maggio 1894 che delimitava le rispettive zone d’influenza) e attraverso l’opera di due imprese commerciali, la Compagnia Filonardi e la Società Italiana del Benadir, completò l’occupazione dell’intera Somalia, dalla riva sinistra del Giuba al Capo Guardafui.
La regione dell’Oltregiuba venne dopo. Nel 1925 ci fu ceduta dagli inglesi, come «contentino» rispetto a quanto la Gran Bretagna aveva ottenuto in Africa dal Trattato di Versailles che aveva posto fine alla prima guerra mondiale e cioè, tanto per far qualche esempio, Tanganika, Africa del Sud-Ovest, parte del Camerun ecc. La Somalia sotto l’Italia rimase sempre una specie di ibrido amministrativo, fra la colonia e il protettorato. Un Paese povero e vasto, posizione strategica sull’Oceano Indiano, dove, nei quasi cinquant’anni che intercorsero fra gli accordi con i sultani e il secondo conflitto mondiale, l’Italia fece moltissimo e lo fece bene. Debellò la lebbra e la sifilide, combatté con minor successo la malaria. Il Duca degli Abruzzi creò dal nulla uno straordinario comprensorio agricolo sulle rive dell’Uebi Scebeli, con al centro il Villaggio che fino ai primi anni Sessanta del ’900 portava il suo nome (oggi si chiama Giohar) e dove io, proprio nel periodo che precedette e seguì l’indipendenza, ebbi a soggiornare per una borsa di studio. Altre aziende, specie per la coltivazione delle banane, sorsero nel Giuba. Mogadiscio divenne la principale città del Corno d’Africa. Strade, ospedali, scuole, presidi sanitari e dispensari furono il vanto della nostra avventura in terra somala.
Poi venne la guerra. Nel 1941 gli inglesi occuparono il Paese e lo tennero sino al 1950. In meno di nove anni dispersero al vento quasi tutto ciò che l’Italia aveva fatto nel cinquantennio precedente. La sifilide tornò ad imperare, molte opere da noi compiute caddero in rovina. L’amministrazione militare fece smontare perfino la ferrovia Mogadiscio-Villaggio Duca degli Abruzzi, accatastandone binari e traversine in un angolo di qualche deposito. Successivamente il Trattato di pace di Parigi del 1947 assegnò la Somalia all’Italia in amministrazione fiduciaria per dieci anni sotto la tutela dell’Onu, con il compito di portarla all’indipendenza. E l’Italia, pur nelle precarie condizioni del dopoguerra, si rimboccò le maniche e ricominciò daccapo.
Fu un lavoro duro. Bisognava riparare i danni e creare ex novo uno Stato. In maniera molto intelligente e pragmatica si iniziò dalla periferia. Nei piccoli centri i «residenti» italiani (il «residente» era una specie di sindaco) che dipendevano da Mogadiscio cedettero pian piano il posto ai somali; poi toccò ai «commissari» (regioni più vaste) ed infine al governo vero e proprio. E venne il giorno, anzi, la notte del 30 giugno 1960, che precedette la proclamazione dell’indipendenza. E qui, per fatto personale, lasciatemi continuare in una forma che qualcuno senz’altro giudicherà politicamente scorretta se non peggio. Pazienza.
Io, come ho già detto, ero al Villaggio Duca degli Abruzzi. Sulla torre dello stabile dov’erano gli uffici dell’azienda, la Società Agricola Italo Somala, erano state sistemate tre antenne. Su quella di destra sventolava il Tricolore, su quella di sinistra la bandiera dell’Onu. L’antenna centrale era vuota. Un po’ prima di mezzanotte eravamo sulla terrazza e a un certo punto, mancava qualche minuto all’ora zero, iniziò la cerimonia. Scese la bandiera delle Nazioni Unite e poi, lentamente, venne giù il vessillo italiano. Io ero istintivamente sugli attenti e lo guardavo, immobile, in silenzio, piangendo senza ritegno. Ad un tratto, vuoi per un nodo, vuoi per un difetto della carrucola, la bandiera si fermò. Fu un attimo, ma per quello stesso attimo, che a me parve infinito, sembrò che con la bandiera si fosse fermato tutto, il processo d’indipendenza, i dieci anni di amministrazione fiduciaria e che, per miracolo, ogni cosa tornasse come prima, come molti anni prima, quasi che una serie di immagini all’improvviso scorresse in senso inverso risalendo nel tempo sempre più su.
In quel nodo, in quel difetto della carrucola c’era la mia Africa: quella di fanciullo sfogliata sull’atlante, quella della tragica sequela dei bollettini di guerra, che ogni giorno me ne strappavano un pezzetto ed infine quella scoperta da adulto, che nel lungo soggiorno laggiù avevo imparato ad amare e che m’ero visto sfuggire tra le dita, mese dopo mese. Il Tricolore riprese a scendere e solo allora mi accorsi che forse, in tutto e per tutto, erano trascorsi quattro o cinque secondi. Intanto sull’antenna centrale era salita contemporaneamente la bandiera, azzurra con la stella bianca, della Somalia, ma io me ne avvidi soltanto quando fu in cima all’asta. Intorno, sulla terrazza, la gente parlava allegramente, qualcuno batteva le mani, altri sparavano fucilate in aria in segno di festa. Ed io rimasi solo con la mia tristezza.
Roma consegnò alla Somalia una macchina amministrativa pressoché perfetta, dalla struttura dei ministeri al settore scolastico, a quello sanitario. Il nuovo ospedale di Mogadiscio fu un modello di elevata tecnologia medica. In campo alberghiero furono costruiti due hotel, il «Giuba» e lo «Scebeli» e negli anni successivi l’Italia contribuì alla creazione ed al finanziamento di un’università e delle strutture portuali della stessa Mogadiscio e di Chisimaio. Il primo capo del governo fu Abdullahi Issa, un moderato, che aveva innato, rarissimo nell’Africa di allora, il senso della misura e dei propri limiti. Capo della Polizia era Mohamed Abshir, il quale imputava alla sua pigrizia il non poter organizzare un colpo di Stato, perché tal genere di cose va fatto la mattina presto e a lui piaceva dormire! Ma il mio più bel ricordo rimane quello di Aden Abdullah, il presidente della Repubblica. Un uomo colto, raffinato, grande amico dell’Italia. Amava la poesia italiana e ne aveva una vasta conoscenza.
L’Italia ebbe verso la Somalia un solo torto. Contrariamente a Francia e Gran Bretagna, che affrontarono la transizione dal colonialismo in maniera asettica, applicando la regola del do ut des, mantenendo quasi sempre nelle loro ex colonie un minimo di influenza che dura tutt’oggi, il governo di Roma peccò di eccesso di generosità a senso unico, teso a farsi perdonare un passato coloniale che invece mai, in quel Paese, ebbe una connotazione negativa. Così, passata l’euforia dei finanziamenti a fondo perduto, la Somalia gli scappò di mano. A rimetterci fu soprattutto quest’ultima ed anche i nostri connazionali rimasti laggiù a lavorare subirono le disastrose conseguenze di tale miopia politica. Poi vennero la dittatura di Siad Barre, i signori della guerra, i conflitti tribali, la carestia e la nostra povera Somalia precipitò nel baratro...