«Sono aristocratico, quindi il popolo io non lo capisco»

Io ho scritto fino ad ora soltanto di prìncipi, conti, ministri, senatori e dei loro figli, e temo che anche nel prosieguo della mia storia non ci saranno personaggi di altro tipo.
Forse questo non va bene e non piacerà al pubblico; forse per il pubblico è più interessante e istruttiva la storia dei mužiki, dei mercanti e dei seminaristi, ma pur con tutto il mio desiderio di avere il maggior numero di lettori, non mi è possibile soddisfare questa preferenza per molte ragioni.
Anzitutto, perché i documenti storici del tempo di cui scrivo si sono conservati soltanto negli epistolari e nelle trascrizioni di persone del più alto livello culturale; anche i racconti interessanti e intelligenti che mi è capitato di ascoltare, li ho sentiti soltanto da persone di quello stesso ambiente.
In secondo luogo, perché la vita dei mercanti, dei cocchieri, dei seminaristi, dei forzati e dei mužiki è per me monotona e noiosa, e tutte le azioni di queste persone mi sembrano derivare, per la maggior parte, da queste sole ragioni: l’invidia nei confronti dei ceti più fortunati, l’avidità e le passioni materiali. E se pure non tutte le azioni di queste persone derivano dalle ragioni indicate, tuttavia le loro azioni sono intrise di questi moventi, così che è difficile comprenderle e pertanto descriverle.
In terzo luogo, perché la vita di queste persone (cioè dei ceti inferiori) reca su di sé una minore impronta del tempo.
In quarto luogo, perché la vita di queste persone è brutta.
In quinto, perché non ho mai potuto capire cosa pensa il poliziotto in piedi nella sua garitta, cosa pensa e prova il bottegaio che invita i clienti a comprare bretelle e cravatte, cosa pensa il seminarista quando lo portano per la centesima volta ad essere fustigato con le verghe, e così via. Io non posso capire questo, così come non posso capire cosa pensa la mucca quando la mungono, o cosa pensa il cavallo quando trasporta una botte.
In sesto luogo, perché, infine (e questo, lo so, è il motivo migliore), perché io stesso appartengo al ceto superiore, alla società superiore e la amo.
Io non sono un borghese, come diceva orgogliosamente Puškin, e anzi affermo senza esitazione di essere un aristocratico per nascita, per abitudini e per posizione. Sono un aristocratico perché non solo non mi vergogno di ricordare i miei antenati, i miei padri, i nonni, i bisnonni, ma questo mi rende particolarmente felice. Sono un aristocratico perché sono stato educato fin dalla fanciullezza nell’amore e nel rispetto dell’eleganza, la quale si esprime non solo in Omero, Bach e Raffaello, ma in tutte le piccole cose della vita: nell’amore per le mani pulite, per un bel vestito, per una tavola o una carrozza elegante. Sono un aristocratico perché sono stato così fortunato che né io, né mio padre, né mio nonno abbiamo conosciuto l’indigenza e la lotta tra la coscienza e la necessità, non abbiamo mai avuto bisogno di invidiare, né d’inchinarci davanti a nessuno, non abbiamo conosciuto l’esigenza di studiare per guadagnare e per raggiungere una posizione in società, prove a cui sono sottoposte le persone bisognose. So che questa è una grande fortuna e di questo ringrazio Dio, ma sebbene questa fortuna non appartenga a tutti, tuttavia non vedo motivo di rifiutarla e di non utilizzarla.
Sono un aristocratico perché non posso credere che abbia mente elevata, gusto raffinato e grande onore un uomo che si infila le dita nel naso e la cui anima parla con Dio.
Tutto questo forse è stupido, delittuoso, insolente, ma è così. Io dichiaro fin da subito al lettore che tipo di uomo sono e che cosa si può aspettare da me. È ancora in tempo per chiudere il libro e denunciarmi come un idiota, un retrogrado e un nuovo Askocenskij (scrittore oscurantista del tempo, ndr), al quale io, sfruttando l’occasione, mi affretto ad esprimere i miei più sinceri, profondi e da tempo sentiti rispetti.
(Traduzione
di Giuseppe Ghini)