"Sono sfuggito al comunismo Dio? Lo sento dappertutto"

È uno dei più grandi violinisti del mondo: «Ho realizzato il sogno di mio padre, che per 18 anni fu internato in Siberia. Io volevo fare il pilota»

«In quale lingua facciamo l'intervista?». La risposta a questa domanda strappa un sorriso di ammirazione: «Guardi, di lingue ne parla otto», assicura lo staff. Ad aspettare il maestro ci si ritrova davanti alla sede Rai di Milano. Lui è in Italia anche per la sua nuova incisione: le «Sei sonate per violino solo op.27» del compositore Eugène Ysaÿe. Virtuosismi allo stato puro. Già, proprio così.

Eccolo arrivare Shlomo Mintz, 61 anni, uno dei più grandi violinisti del mondo. Durante l'incontro resterà concentrato, quasi come allo strumento, per rispondere e raccontarsi, forse in uno dei pochissimi colloqui che ha accettato per parlare di sé, come uomo e non esclusivamente da musicista.

Shlomo Mintz, lei è considerato uno dei maggiori violinisti del nostro tempo: che cosa è al centro della sua vita a parte la musica?

«Naturalmente c'è la famiglia, ci sono anche delle attività senza musica, i miei amici. Tutto questo per me è importante. Certo, la musica occupa molto tempo delle mie giornate».

Tanto quanto?

«Direi che la musica è un modo di vivere. Nell'esistenza però è fondamentale avere un bilanciamento delle cose. Un equilibrio di tutti gli elementi, di tutto un po' insomma».

La vita come in cucina: tutti gli ingredienti...

«Dagli affetti, importantissimi, allo sport che a un certo punto serve, eccome».

Grande violinista e atleta?

«Beh, non sono più una persona di 18 anni, comunque sono abituato da sempre a fare qualcosa. Per esempio footing, appena posso. Diciamo che do spazio a questi aspetti anche per abbassare stress e adrenalina».

Si comporta da giovanotto...

«Ci sono sempre cose nuove da fare, da realizzare. Combinazioni inedite con artisti. Altra musica da affrontare. In generale, non chiudo mai la porta alle esperienze».

Shlomo si nasce o si diventa?

«Bisogna lavorare su tutti i fronti. Occorre sfruttare il talento, naturalmente se questo c'è. E bisogna farlo lavorando tanto. La musica è come una moglie inflessibile».

La vita è un buon insegnante?

«Io arrivo da un mix di fattori, di stimoli diversi. Nascita in Russia, infanzia in Israele e studi in America. Questa mescolanza pesava di più prima, la capacità di adattarsi a tradizioni differenti. Ora tutto è global. Adesso conta capire pure e di più la complessità della società».

Che storia la sua... Apriamo il libro.

«Parlo russo, questo vantaggio mi ha fatto entrare nella mentalità russa, nella psicologia di un popolo. Così per gli altri due Paesi in cui ho vissuto. Israele continua a sviluppare la coesistenza coi vicini. C'è tanto da imparare e da dire, ma non entro in questo discorso perché non sono un politico. Personalmente cerco sempre di trovare un modus vivendi».

E come vede gli Stati Uniti?

«Un Paese mai occupato, e questo si vede dalla mentalità. C'è sempre il coraggio di essere diretti, per difendere un modo di vivere, una mentalità che è fatta di tanti modi di sentire visto l'arrivo continuo di persone di diverse nazionalità».

Lei si sente un immigrato?

«All'epoca le migrazioni erano molto diverse. E prima adattarsi era una questione che prendeva tempo. Quando sono partito dalla Russia ero piccolissimo. In Israele ho avuto un'infanzia felice, vivevo vicino a Tel Aviv».

Che tipo di esistenza?

«Avevo almeno un'ora al giorno per giocare, questo lo voleva mio papà. Il resto della giornata era disciplina, dovevo sfruttare per gli studi».

Di quel periodo chi è rimasto?

«Tanti bei ricordi degli amici. Recentemente ho partecipato a una riunione di vecchi compagni di scuola. Una situazione che mi ha molto sorpreso. Siamo andati in un ristorante a Tel Aviv, è stata un'esperienza molto piacevole. Con loro mi sono sentito piuttosto protetto».

Poi...

«Il resto di allora è famiglia. Mia madre aveva un grande talento, una bravissima cantante lirica. Si chiamava Eva».

Una carriera importante?

«Durante la seconda guerra mondiale doveva fare l'opera Carmen di Bizet in Russia, forse al Bolshoi. Ma il conflitto ha interrotto tutto».

Che ricordo ha della sua voce?

«Ho il ricordo di una voce dolcissima. Ricordo bene le canzoni che cantava. Mi incoraggiava alla musica attraverso la cultura dell'ascolto, l'orecchio».

Ma la passione per gli archi come spunta?

«Mio padre, Abram, era violinista dilettante. Tutta la sua speranza l'ha riversata su di me. Era professore di inglese ma avrebbe voluto fare qualcosa nella musica».

E cosa si aspettava da lei?

«Sognava che suo figlio realizzasse il suo sogno musicale. Nel mio caso è andata bene, ma...».

Forse è sconsigliabile fare così coi figli.

«Oggi viviamo in un mondo molto diverso, in cui dobbiamo per forza considerare tutti gli eventi tecnologici come Internet».

Quindi?

«Non è possibile una ricetta di vita come la mia, anche perché forse non c'è più voglia di fare certi sacrifici, c'è la brillantezza mentale di qualcuno che vuole capire il quasi mistero del web e il suo progresso. Tanti sono su queste strade».

Stare sullo strumento del resto è fatica...

«Quando ero bambino, non avevo più di 6-7 anni, per studiare mi alzavo alle 4 del mattino con mio padre. Avevo una vita già molto disciplinata, fatta di tanto sacrificio».

Le pesava?

«Mi pesava naturalmente, però il supporto di mio papà era fantastico. Non solo suo, anche di altri; all'epoca la società chiedeva di vedere qualcuno diventare eccellente».

Un desiderio (anche collettivo) di riscatto dopo molte pene.

«Quando sono nato, nel 1957, era molto difficile lasciare l'Unione Sovietica. In quel periodo c'era il presidente Chruscev. A un certo punto i miei sono riusciti a lasciare il Paese per la Polonia, dove mio padre era nato».

Una fuga?

«Mio papà aveva acquisito il diritto di andarci. E approfittando dell'apertura della frontiere del blocco, andammo nella Repubblica Ceca, poi a Vienna».

Diritti di guerra...

«No, perché mio padre il periodo della seconda guerra mondiale lo ha passato in prigione, in Siberia, dove complessivamente è stato per 18 anni».

Come è riuscito a sopravvivere?

«È stata durissima. Non aveva fatto niente, lui è stato una delle vittime dell'effetto Stalin, che aveva fatto arrestare tantissime persone, anche a caso. Per questo ha voluto andarsene via».

Ha raccontato qualcosa di quell'inferno?

«Sì, della sua fuga dal Nord, cambiando il suo viso per entrare a Mosca, anche usando un'altra identità. Una storia incredibile. Difficile».

Certamente poi non ha amato quel mondo comunista...

«Credeva tanto in quel mondo, ma direi che è rimasto deluso».

Beh, il suo arrivo, enfant prodige, fu una bella consolazione.

«Per essere preciso il violino l'ho impugnato a tre anni e mezzo. Ho cominciato a cantare prima ancora di parlare, poi ho messo le mani sul pianoforte, forse un Petrof, che è emigrato con noi dalla Russia».

Punto di svolta?

«La chiamata, a 13 anni, del direttore d'orchestra Zubin Mehta a sostituire nel Concerto di Paganini il grande violinista Izak Perlman con la Filarmonica israeliana, con la quale avevo suonato a 11 anni un concerto di Mendelssohn».

Un destino segnato in partenza?

«È andata così, anche se da ragazzo sognavo di pilotare gli aerei di linea, volevo girare il mondo in questo modo».

Invece è rimasto «imprigionato» dalla musica.

«Non deve essere una prigione, la musica deve essere un modo di comunicazione speciale. Fa parte della vita, non deve essere la vita. La vita è la vita».

E ci vuole un faro per navigare: ne ha avuti?

«Ho fatto begli incontri. Per esempio ripenso a Bernstein, al violoncellista spagnolo Pau Casals. Personaggi con cui ho potuto discutere, fare domande».

Mondo assai diverso da quello attuale delle tecnologie...

«La tecnologia può essere molto utile per educare e rieducarsi, ma ha quasi distrutto il lavoro artigianale, quel tipo di mentalità. Oggi, con l'avvento di Internet, qualcuno come il liutaio Stradivari non potrebbe esistere».

Come si confronta con il mondo delle mode e dei consumi?

«In questo senso posso dire che sarà sempre piacevole vedere un prodotto nuovo, sempre migliorato. Ma non penso che un orologio, anche se perfetto, può per me diventare una passione. Apprezzo e mi interesso, non vivo per queste cose».

Oltre la vita artistica?

«Amo la natura e quando ho tempo libero faccio delle belle passeggiate, magari nei boschi. Ho passato bei momenti a Saint Malo in Bretagna. Bei ricordi pure della Patagonia e del Sudafrica».

Bello vivere e condividere...

«Certamente sono importanti queste cose. Penso che l'amicizia sia una serie di episodi dove le persone possano pure risolvere insieme i momenti difficili, mantenendo la voglia di andare avanti, sopportandosi un po' per rendere più facile la vita».

La fede in questo senso l'aiuta?

«Sono molto credente. Credo nella forza sopra di noi e nella relazione tra i due mondi. Dio? Non si può spiegare ma si può sentire dappertutto».

A proposito, l'autore più vicino alla spiritualità?

«Ogni compositore ha la sua procedura e molti, in questo senso, giungono allo stesso punto di arrivo. Se proprio vogliamo fare degli esempi ci sono Bach, Beethoven, Mozart e altri ancora».

E il compositore di cui si è appena occupato, Eugène Ysaÿe con una nuova incisione Decca?

«Ha composto ben sette concerti per violino. Grande il suo uso polifonico dello strumento, insieme a Bach e Paganini. Occorre conoscere tutti i tre. I loro sono da considerare libri di grande creazione».

Collaborazioni con altri?

«Sì, con il pianista italiano Prosseda per un'incisione dedicata a opere di Mendelssohn. Roberto è diventato un mio amico. Abbiamo trovato una combinazione originale per quanto riguarda sonate di questo autore mai registrate. Lavori e aspetti meno esplorati del compositore che in queste pagine si mostra più scuro e ansioso».

E in famiglia l'ascoltano?

«Mia moglie Corina mi segue, capisce il mio sacrificio. I miei figli hanno le loro attività, sono grandi. Uno si occupa di problemi ambientali; l'altro è dedito alla produzione di film. Entrambi hanno grande rispetto per la musica classica».

In tanti l'avranno sentita dal vivo, ci sono nomi noti al grande pubblico?

«Ho fatto un'esperienza interessante con il cancelliere tedesco Helmut Schmidt. Dopo un mio concerto di Mozart è venuto in camerino piangendo. La musica lo aveva veramente toccato. Questo mi ha colpito perché non sempre avevo l'idea dell'energia che suonando lasciavo per gli altri».

Altri personaggi?

«Ho suonato davanti alla regina d'Olanda, al presidente americano Carter e, in Russia, davanti al presidente Gorbaciov».

Personalità e politici: segue la politica?

«Seguo le informazioni sul telefonino».

E che tipo di mondo trova? Prospettive?

«Troveremo felicità e nuvole insieme. In passato abbiamo fatto sbagli. Adesso meglio lavorare sul futuro, bisognerà sempre trovare il modo di migliorare e di stare insieme. E di questo se ne dovranno occupare i giovani che verranno».