Sono superdonne brave e colte, ma non fanno carriera

Anche quest’anno un grande evento musicale come il Festival di Spoleto (che è già alla cinquantesima edizione) ha ospitato un’appendice culturale che lo ha certamente arricchito: Spoletoscienza. La Fondazione Sigma-Tau ha aperto i lavori di questa importante rassegna con una tavola rotonda dedicata alle «Donne nella ricerca scientifica».
Da Silvia Coyand, giornalista, coordinatrice di questo dibattito, abbiamo appreso che in Italia si laureano più femmine che maschi; tuttavia le prime raramente raggiungono posizioni di vertice. Poche le eccezioni: Elisa Molinari all’Istituto nazionale di fisica della materia, Marcella Diemoz e Maria Curatolo a Ginevra in rappresentanza dell’Istituto nazionale di fisica nucleare.
Il professor Gilberto Corbellini, autore del volume La Medicina basata sulla evoluzione ha sottolineato il fatto che oggi «un numero crescente di donne si trova a dover ridefinire la propria identità rispetto alle trasformazioni del corpo dopo la menopausa, nello sforzo di mantenere uno stile di vita fisicamente e psicologicamente attivo». Inoltre, dopo molti secoli, prevalgono - sul piano scientifico - le considerazioni riguardanti la salute delle donne e non la loro bellezza.
Per questo, a Spoleto, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna ha realizzato nel Chiostro di San Nicolò la mostra «Donne in salute», destinata a integrare concettualmente - sulla base delle moderne conoscenze biologiche - l’universo femminile. La mostra in parola è la riprova che l’evoluzione economica ed il progresso sociale hanno profondamente modificato i «modelli» del corpo. Ciò ha comportato una migliore qualità di vita ma ha introdotto nuovi fattori di rischio. Pur mantenendo una solida base scientifica, la mostra affronta anche temi antropologici e comportamentali, con lo scopo dichiarato di offrire un contributo al controllo di tutte le malattie femminili ed alla loro auspicabile prevenzione. Spoletoscienza ha proposto anche un altro tema di grande interesse: la comunicazione digitale. Il giornalista scientifico Federico Pedrocchi ha collegato le più recenti conquiste tecnologiche (audio, video, software) al futuro della scienza, affermando che «i contenuti scientifici possono utilizzare ampiamente queste nuove potenzialità». Quello che avviene oggi con gli «archivi» delle varie «reti» ha detto Barbara Gallavotti (vicedirettore del master di comunicazione nell’Università di Roma Tor Vergata) riproduce con grande intensità ciò che avvenne molti anni fa con l’avvento prima della radio, poi della televisione. Dobbiamo abituarci, inesorabilmente, a questi nuovi contenuti, a questi nuovi linguaggi.
Il loro unico merito, se si vuole essere severi (ma forse non è il caso) è di rendere l’informazione accessibile a tutti. La cultura, certo, è un’altra cosa; ma chi è informato è potenzialmente disposto ad estendere le proprie conoscenze.