Sopranisti, i transgender del belcanto

Nel libro di Francesco Cappellini la storia dei «virtuosi» tra Seicento e Settecento, esportati da Pistoia in tutta Europa

Richiestissimi da tutti i potenti dell’epoca, strapagati come rockstar, idolatrati al punto da essere considerati i precursori del divismo moderno. Parliamo dei sopranisti, come venivano chiamati, dei capponcini in termine spregiativo: ovvero i castrati, che tra 1650 e 1750 conobbero il periodo d’oro. Adesso li definiremmo transgender, o chissà che. All’epoca si identificarono con la nascita del teatro dell’opera e del melodramma. E ora con un curioso librettino (Quando Pistoia esportava... virtuosi, editrice Petit Plaisance) Francesco Cappellini riaccende l’attenzione su un aspetto particolare. Già, perché Pistoia, divenuta la Mecca del bel canto, era la maggior esportatrice di voci bianche verso le corti e i palcoscenici d’Europa.
Comincia un po’ in anticipo monsignor Felice Cancellieri, appartenente a una famiglia di antico lignaggio dispensatrice di condottieri militari, tra i primi castrati italiani ad approdare agli Asburgo, a Vienna. E che soprattutto fonda a Pistoia nel 1642 l’Accademia dei Risvegliati, vera fucina di sopranisti. Nel vivo della storia si entra con la famiglia di Domenico Melani, il campanaro del Duomo (ma allora titolo e ruolo avevano ben altra importanza). Il Melani diede vita a una schiatta di artisti, divisa tra bel canto e spionaggio internazionale: due compositori e quattro castrati. I due più famosi sono Atto Melani, secondogenito (1626-1714): dopo essere stato alla corte del duca Mattias de’ Medici passò al servizio del conte Mazzarino, capace di alternarsi con altrettanta bravura nel ruolo di cantante, diplomatico e, se necessario, spia; e il terzogenito, Filippo, sacerdote e sopranista (1628-1703), che più o meno contemporaneamente svolse le stesse mansioni alla corte di Vienna. E questi sono solo alcuni nomi.
Fino a un certo punto, «donare una voce a Dio» è stata prerogativa dei ceti alti. Poi, quando la domanda tira, diventa un modo per le famiglie numerose di sgravarsi di qualche bocca. Il volumetto si sofferma sulla fisiologia di queste «macchine da canto». Il timbro basso della voce dipende dalla lunghezza delle corde vocali che in età pre-puberale sono lunghe circa 17 millimetri e nel maschio crescono anche del 63 per cento; allo stesso modo la cartilagene tiroidea cresce di tre volte rispetto a quella femminile. Tutte trasformazioni indotte dalla produzione di testosterone. «Eliminiamo le gonadi - spiega l’autore - ed otterremo un ibrido che ha l’impianto corde vocali-laringe di un bambino e la capacità polmonare di un adulto».
Per forza di cose l’operazione era eseguita su bambini di 7-8 anni e prima dei 12. Fortunatamente ci sono arrivati pochi particolari sugli interventi. Pare che uno dei metodi usati per l’anestesia fosse di immergerli in acqua quasi bollente, con il risultato che non erano infrequenti i decessi in questa fase. Tra i «medici», più accreditati erano, nell’ordine, quelli di Bologna e di Napoli, ma spesso si ricorreva agli specialisti di Norcia.
Da sfatare il luogo comune che i virtuosi fossero insensibili al richiamo sessuale. Anzi esercitavano un certo ascendente sulle donne. Come dimostra la fine di Giovanni Francesco Grossi, noto come Siface. Di lui si innamorò perdutamente, corrisposta, Elena Marsili, bella e ricca vedova bolognese. I fratelli di lei sistemarono la faccenda il 27 maggio 1697: con due colpi di archibugio alle spalle di Siface.
Molti dei castrati pistoiesi incrociarono le loro voci con quelle di Farinelli e Caffarelli, i sopranisti più famosi di tutti i tempi (però pugliesi). Il fenomeno andò scemando dal 1790, molto lentamente. L’ultimo virtuoso, Alessadro Moreschi, morto nel 1922, si è esibito nel coro della Cappella Sistina fino al 1913.
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