Come sopravvivere nella giungla dei nostri uffici

Esistono i figli della natura e i figli dello spirito. I primi, poca anima e molti visceri, sono seduttori nati, carismatici, brutali, «semplici» e quasi mai felici. Sono al di là del bene e del male: vi è in loro un nichilismo di fondo. I figli dello spirito, invece, tormentati, moralisti, volitivi, immersi in una tensione interiore incessante, li si riconosce dal loro tendere verso l’armonia, la gioia, la misura. Detto questo, si può constatare quanto il mondo del lavoro oggi sia più simile a una giungla che a un’orchestra sinfonica: troppa natura, troppo poco spirito.
Non a caso un buon numero di collane di economia, management, marketing forniscono al lettore teorie biologiche sulla leadership o su come cavarsela tra i predatori d’ufficio. Uno dei migliori tra questi libri esce ora in Italia: scritto da un uomo che, stando alla biografia, ha nuotato tra i piranha in Amazzonia, preso il tè alla Camera dei Lord, pilotato stunt-car: il suo nome è Richard Conniff. Qualcuno lo ricorderà per Storia naturale dei ricchi. Etologia dei miliardari (Garzanti, 2004): livre de chevet imperdibile, capace di farsi leggere senza rancore tanto da Paris Hilton quanto dal disoccupato che vive di sussidi. Conniff affronta ora - sebbene con meno appeal - il mondo dei colletti bianchi: Chi è seduto sulla sedia del capo? Come scoprire la bestia aziendale che si annida in tutti noi (Sperling&Kupfer, pagg. 352, euro 19) è un libro che dice l’ultima parola su come le teorie di Charles Darwin possano tornare utili per sopravvivere in ufficio, e raggiungere una serenità che alla fine pare un po’ troppo funzionale al sistema. La base di partenza è questa, secondo le parole di Matt Ridley riportate dall’autore: «Non c’è osso nel corpo di uno scimpanzé che non abbia anche io. Non c’è sostanza chimica nel cervello di uno scimpanzé che non sia presente anche nel cervello umano. Non c’è parte conosciuta del sistema immunitario, digerente, vascolare, che noi non abbiamo e gli scimpanzé non abbiano, o viceversa. Non c’è neppure un lobo cerebrale nel cervello degli scimpanzé che non abbiamo anche noi».
Accettare dunque la nostra parte animale, comprendere le dinamiche di branco e le tattiche difensive e predatorie può soltanto assicurarci la sopravvivenza, oggi sinonimo di carriera. Nonché a capire - finalmente - perché al collega seduto di fronte a noi sia stata assegnata una poltrona dotata di quei braccioli che mancano alla nostra o un contratto di assunzione a tempo indeterminato; e la ragione (definitiva?) per cui i cattivi abbiano la meglio ma solo nel breve periodo, o perché fare il leccapiedi o il lupo solitario alla fine non paghi. Descrivendo quanto poco sia diversa la lotta tra due scimmie per una noce di cocco da quella tra due colleghi per un aumento di stipendio, quanto falso sia l’apologo del leone e della gazzella - chiunque tu sia mettiti a correre - perché ci rende schiavi della paura, e quanto la diplomazia, il pettegolezzo, il perdono possano appartenere a un buon scimpanzé quanto a un buon capoufficio, Richard Conniff descrive un mondo composto esclusivamente da «figli della natura», dove non occorre fare cenni alla conflittualità, all’invidia, alla violenza: uno le intercetta comunque. Nell’universo di Conniff a ogni incontro affiora la domanda: «È la volta che mi mangeranno vivo?». Tutto questo è, se si vuole, affascinante nel suo radicalismo senza scampo, ma anche molto limitato: seguendo questa ipotesi, con gli esseri umani si finirebbe sempre con lo scommettere sul nulla, o al massimo sulla buona volontà di trovare una soluzione a «questa faccenda complicata che è vivere insieme». L’autore quasi se ne rammarica, e dedica i capitoli finali a oltrepassare, senza essere convincente, il problema delle «scimmie assassine»: l’uomo è naturalmente buono o naturalmente cattivo? I figli della natura si getteranno tra le braccia dell’avverbio, senza mai rispondere, voraci; quelli dello spirito oscilleranno tra i due aggettivi. Dubbiosi. E disoccupati.