Sorveglianza

Quando Johnson si alzò dal letto, fece attenzione a non grattarsi le palle e, quando andò in bagno per fare le sue cose, si sedette sulla tazza con i pantaloni del pigiama abbassati e una salvietta sulle gambe. Alla fine, però, il pudore dovette essere messo da parte. Finì di fare quel che aveva da fare sulla tazza, si spogliò in fretta, saltò dentro alla doccia e tirò la tendina, ben sapendo di poter essere visto attraverso la telecamera posta in alto, anche se, per lo meno, quella sopra la porta non era puntata verso di lui. E poi, a volte, era convinto che, se fosse riuscito a non dare importanza alle telecamere puntate su di lui, avrebbe potuto considerarla una sorta di vittoria.
Si asciugò rapidamente, si avvolse l’asciugamano intorno alla vita e poi si rivestì ancor più rapidamente e scese a fare colazione. Avrebbe voluto farsi due uova invece del solo uovo assegnato, ma c’erano le telecamere e, se se ne fosse fatte due, sarebbe scattata la segnalazione della direzione e poi la multa. Dunque mangiò solo un uovo e bevve la sola tazza di caffè concessa, uscì, andò fino all’automobile e schiacciò il pulsante dell’accensione. La macchina avanzò lungo il percorso previsto. Lui sentì il rumore quasi impercettibile delle micro-telecamere che si orientavano sul tettuccio, sulla plancia e sui braccioli dell’automobile, per ottenere una inquadratura piena del suo viso, che fece il possibile per far sembrare inespressivo.
Quando l’automobile si fermò nel parcheggio aziendale, smontò e rivolse lo sguardo verso le telecamere del garage, sospirò e si avviò all’ascensore che lo avrebbe portato giù sulla strada. Una volta nell’ascensore, fissò l’occhio rosso della telecamera interna. Non se la sentì neppure di infilarsi un dito nel naso, cosa che aveva una gran voglia di fare.
Si ricordava il passato, prima che tutto diventasse così sicuro, così privo di pericoli, quando ti potevi permettere di fare una cosa del genere, senza finire sotto forma di carica elettrica dentro miliardi di minuscoli chip infilati in miliardi di minuscoli cavi o, se per quello, senza essere spedito nell’etere con un sistema wireless, con gli impulsi collegati come tessere di un puzzle fino a formare la tua immagine, a mostrare tutto ciò che avevi fatto dalla mattina alla sera.
L’unico posto in cui avesse trovato un minimo di intimità era sotto le coperte. Lì, poteva grattarsi il naso. Lì poteva masturbarsi, anche se sapeva che le telecamere avrebbero colto i suoi movimenti sotto le coperte, e di certo parecchie persone non avevano nessun problema a grattarsi il naso o a mostrare l’uccello o a brontolare sulla tazza del cesso, ben sapendo che alla fine qualche occhio umano li avrebbe guardati e si sarebbe leccato le labbra davanti a certe scene oppure avrebbe riso di questo o di quello. Solo che lui non apparteneva a quella categoria.
Giunto al livello della strada, uscì dall’ascensore. Su tutta la strada, le telecamere sui bracci semoventi si orientavano e puntavano in ogni direzione. Seguitò a camminare finché fu a un isolato di distanza dal suo ufficio, dove notò un vecchio palazzo, leggermente discosto. Ci passava accanto ogni giorno, ma quel giorno lo guardò e si accorse che, ben più indietro rispetto alla strada, c’era un portone. Si avvicinò, lo osservò e vide che al suo interno c’era come una fessura, uno spazio ricavato per ripararsi dalla pioggia o per appoggiarvi l’ombrello.
Guardò le telecamere sulla strada e le telecamere guardarono lui. Si infilò in quella alcova e si posizionò in maniera tale da incastrarsi praticamente nella nicchia. Rimase in quella posizione per un po’, dopodiché, si sedette nello spazio disponibile e capì, per la prima volta dopo molto tempo, che nessuna telecamera lo avrebbe potuto riprendere. La telecamera sapeva che si era infilato lì, ma non poteva vederlo, il che gli concesse uno stupendo attimo di pace. Ben presto, si rese conto di non aver nessuna voglia di muoversi da lì e restò a osservare la luce del sole che cambiava e si spostava, mentre la gente gli passava accanto, senza notarlo. Non poteva vederla, ma poteva sentirla e poteva scorgerne le ombre. Si infilò un dito nel naso e si mise a lanciare caccole a destra e a manca e respirò profondamente e si godette il fresco della pietra sulla schiena.
Al calare delle tenebre era ancora lì, col cuore colmo di soddisfazione. Aveva fame, ma rimase dov’era. Se ne stette seduto in quella posizione, tutto contento. Quando le luci della città si accesero, era ancora seduto lì e non ne voleva sapere di andarsene, finché giunsero due poliziotti. Avevano visto le immagini delle telecamere, il filmato, e sapevano dove era andato e che non ne era uscito. Lo arrestarono e lo portarono alla centrale e lo misero in una cella con le telecamere in funzione notte e giorno, da ogni angolatura, e, quando lo chiusero dentro, lui iniziò a gridare e gridò per tutta la notte, fino al mattino, quando finalmente vennero a dargli un sedativo e lo misero in una cella più ampia, insieme ad altri che avevano provato a sottrarsi alle telecamere. L’iniezione lo fece dormire e, nel sonno, le telecamere si girarono e si orientarono sui bracci girevoli in ogni punto della cella, registrando la sua immagine e diffondendola nello spazio attraverso un sistema wireless e, da lì, mettendola al sicuro su minuscole cellule che erano ancor più piccole di atomi.
Nel corso della settimana seguente, il vecchio palazzo venne abbattuto e ne venne eretto uno nuovo, su cui vennero installate delle telecamere. Tutto andò a meraviglia. Nessuno si sarebbe potuto più sottrarre all’occhio delle telecamere. La posta di ognuno venne letta prima che il destinatario potesse leggerla e le telefonate di ognuno vennero messe sotto controllo. Inoltre, per maggiore sicurezza, si fece in modo che nessuno avesse diritto a un avvocato o potesse esprimere rimostranze. E così il mondo era tranquillo e agiato e davvero sicuro, ora che non c’era più nulla da temere.
(Traduzione di )