Sorvolare il mondo staccando la vita da terra

«Desiderio di volo» di Egidio Gavazzi: le avventure di un aviatore «predatore e vagabondo»

«Sono un bambino. Magrissimo. Con tenera ironia mia madre suggerisce che le scapole, in vistoso rilievo sulla schiena, sono ali che stanno per spuntare. A modo mio ci credo». Un sogno, quello di Egidio Gavazzi, che è anche realtà. Perché l’autore di Desiderio di volo (Sironi, pagg. 296, euro 18) ha un rapporto privilegiato col cielo. Col libro, più che romanzo autobiografico vero e proprio diario di vita, si guarda la terra dall’alto. Su un aeroplano, un aliante o tra le piume di un uccello. «Coloro che da bambini provano desiderio di volare scelgono un uccello nel quale immaginarsi. Io scelsi il nibbio. Predatore, individualista e vagabondo». Non casuale la scelta del rapace, vista l’avidità di vita e conoscenza dell’autore. Ornitologo, geologo, biologo, zoologo, giornalista, ittiologo, fotografo ma soprattutto pilota. Gavazzi è venuto su a pane e aerei. Volava suo padre, ufficiale pilota della regia aeronautica; volano tre dei suoi quattro fratelli minori. Nato a Erba nel 1937, cresce nel verde tra faggi e cedri del Libano. Nella casa in Brianza, la grande guerra filtra appena dal grosso portone. E lui può così osservare averle, oche, colombi, corvi, aironi. Proprio all’airone dedicherà in seguito la sua più fortunata fatica editoriale, mensile di cui è stato fondatore e per anni direttore. Lo studio degli animali alimenta come benzina sul fuoco la sua smania di volare. Nel ’54 arriva il brevetto di volo a vela, quattro anni dopo quello di aeroplano, nel ’59 quello di elicottero, più recente il brevetto commerciale. Dal ripostiglio polveroso dei ricordi dell’autore saltano fuori racconti ed emozioni di decolli, virate, tonneau, atterraggi. E sempre, Gavazzi, si sente in un «utero di metallo». Sia che porti un Caproncino, biplano aperto a due posti, sia che sfrecci su un Sukhoi 27, caccia sovietico da 2,3 Mach. Ma l’aereo più suo è lo Yak 52. Prende il nome dal progettista sovietico Aleksandr Sergejevich Yakovlev che lo disegnò nel 1976. «Amo un aereo come una ragazzina di scuderia può amare un cavallo», ammette Gavazzi. Che sia amore e non infatuazione lo dimostra il fatto che ne riconosce i difetti oltre che i pregi. Rivela: «In aviazione circola una battuta: se è brutto è inglese, se è bizzarro è francese, se è brutto e bizzarro è russo». Conviene che sia un aereo scomodo ma «il volo è la metafora della vita. E come per la vita un viaggio ha da essere lungo e avventuroso. Ecco perché, tutto sommato, preferisco lo Yak a un mezzo più pratico e veloce. Sto scappando dal banale, a cavallo del mio buffo ippogrifo con le stelle rosse sulle ali, le gambe del carrello rannicchiate sotto, come fanno i ragni di casa per proteggerle quando li colpisci con la scopa». Eppoi, «non si entra in uno Yak, lo si indossa e il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce». Tra minuziosi racconti di virate in formazione e aneddoti di piccoli incidenti occorsi a parenti e amici in volo, il libro ripercorre le avventure di un’esistenza irrequieta e originale. Gli esseri umani rimangono sullo sfondo, in primo piano la natura. Come se Gavazzi avesse un’intesa privilegiata con gli animali più che con gli uomini. I primi studiati, amati, difesi. I secondi trattati con meno indulgenza. Ambientalista per vocazione, tiene a scrollarsi di dosso l’etichetta dell’ecologista ortodosso e racconta: «La sezione di Greenpeace è nata in casa mia. Abbiamo lottato e ottenuto successi. Sono passati anni. E sono arrivati i preti, i capifabbricato, tutta la detestabile congerie degli integralisti e degli intolleranti, lo stuolo di profittatori. Dalle grandi battaglie ambientali alle risse da cortile». Ma poi, «aprendo le ali al vento e mollando la presa delle dita, il mondo rifiutato si ritrae di colpo e il cielo si espande accogliendoti».